Autore: fabio

  • News 08 2014 Potenza frigo erogatore acqua

    Come si definisce la potenza frigo di un erogatore acqua

    Leggendo le schede tecniche degli erogatori acqua prodotti dalle diverse ditte ci si imbatte in numeri difficilmente confrontabili tra loro quando si parla di litri di acqua fredda (liscia o frizzante) erogata.  Quando si scrive erogatore da 50 litri ora non è mai chiaro a cosa questo numero si riferisca questo perché non si specifica di quanti gradi l’acqua viene raffreddata.

    Misterfritz

    Anni fa in una fiera mi imbattei in un simpatico personaggio che con un impianto con celle di Peltier nella sua brochure aveva scritto che la l’erogatore era in grado di fornire 20 litri/ora. Ora essendo assai esperto sui Peltier gli dissi che era impossibile, serafico mi rispose che se gli altri barano sulle cifre anche lui ne aveva diritto.

    A volte i numeri forniti sono affidati al livello emotivo dell’impianto e corrispondono più o meno alle dimensioni fisiche dell’erogatore, in altri casi sono totalmente scollegati da qualsiasi riferimento ma di puro marketing, nei casi più simpatici ci si imbatte in unità di misura fantasiose tipo bottiglie o caraffe/ora.

    Per un ragionamento puramente tecnico e non commerciale. Si deve partire da un concetto molto semplice, definire in maniera fisica la quantità di calore sottratta all’acqua.  Per fare questo due sono le variabili da conoscere

    • Quantità d’acqua erogata
    • Delta T, ossia la differenza tra la Temperatura di acqua in ingresso e la Temperatura di acqua in uscita

    Vi sono altre variabili che definiscono le performances del circuito frigo, ad esempio la temperatura ambiente, il funzionamento continuo o discontinuo – ma sono poco influenti.

    Per ovviare alle comunicazioni commerciali poco attendibili, vi sono strade abbastanza semplici per riconoscere la vera capacità refrigerante.

    Ipotizzare un COP, ossia il coefficiente di perfomances – energia spesa per trasportare energia, e leggere la potenza assorbita da un compressore, quindi verificare al massimo quanto calore può sottrarre un determinato circuito frigo

    Esempio se la potenza assorbita da un compressore è di 130 watt e il COP è 1.6  al massimo il circuito sottrae calore per 208 Watt, ossia 7

    48800 J in un’ora, poiché l’acqua necessita di 4186 J per innalzarsi di un grado il circuito frigo è capace al massimo  di raffreddare 180 °C;  ipotizzando un ingresso a 25 °C ed uscita 10 °C (delta T 0 15 °C) al massimo il circuito raffredda circa 12 litri. (abbiamo preso a riferimento un compressore GD40 da 1/8 cv).

    compresso circuito frigo

    Questo se il circuito frigo non possiede un volano termico. Generalmente le macchine domestiche ne sono prive o lo hanno ridottissimo legato al solo accumulo di acqua fredda o gasata. E quindi il calcolo rimane come sopra. Le macchine professionali sono sviluppate secondo la tecnica del banco di ghiaccio, ossia l’accumulo di frigorie in ghiaccio che sciogliendosi assorbe calore. Un kg di ghiaccio a 0°C necessita di circa 334400 j per sciogliersi quindi abbiamo disponibili circa 5,34 litri d’acqua raffreddata con un salto di 15 °C (334400/(4186×15)).  Un banco con 2 kg di ghiaccio dispone una riserva di freddo per poco più di 10 litri, con acqua in ingresso a 25 ed uscita a 10 °C. al massimo di raffreddare 180 °C;  ipotizzando un ingresso a 25 °C ed uscita 10 °C (delta T 0 15 °C) al massimo il circuito raffredda circa 12 litri. (abbiamo preso a riferimento un compressore GD40 da 1/8 cv).

    Un semplice coefficiente e una somma per avere in mano la situazione

    Moltiplicate la potenza del compressore espressa in Watt (e non quella dell’assorbimento totale dell’erogatore che tiene conto di pompa, agitatore ed elettronica)  per 0.092 ed avrete i litri  di acqua raffreddata in diretta in un’ora con delta T di 15 ° oppure 0,138  con delta T di 10 °

    Poi per ogni kg di ghiaccio aggiungete 5 litri di acqua raffreddata per delta T di 15° oppure 8 litri per delta T di 10 °C

    Il calcolo di massima è finito.

    Esempio I macchina professionale con compressore da 160 Watt (circa 1/6hp) e banco di ghiaccio da 6 kg

    160×0.092 = 14.7 l/h + 6×5 =30    
    l litri totali disponibili in un’ora con raffreddamento di 15 °C  sono 44,7 litri. PUNTO.

    160×0,132= 21.12l/h + 8×5 =40
    I litri totali disponibili in un’ora con raffreddamento di 10 °C sono 61,1  PUNTO

    Esempio II erogatore domestico con compressore da 60 Watt (circa 1/12 ) senza banco di ghiaccio

    60×0,092 =5,52 l/h
    I litri disponibili sono 5,52 più l’eventuale accumulo di acqua fredda o gasata

    60×0,138 =8,28 l/h
    I litri disponibili sono 8,28 più l’eventuale accumulo di acqua fredda o gasata

    Note
    Il calcolo è teorico, e si suppone che il circuito frigo sia ben dimensionato, che gli scambiatori di a calore siano efficienti (agitatore, lunghezza serpentine, isolamento). In difetto la potenza frigo stimata può scendere drasticamente.

     

                Genova novembre 2014

  • News 06 2015 fluorati e perfluorati

    FLUORO E PERFLUORATI: aspetti tossicologici e presenza nelle acque

    Non si può parlare del fluoro ignorando la presenza, ubiquitaria nell’ambiente, dei perfluorati, una famiglia di inquinanti emergenti che ha proprio il fluoro come costituente fondamentale della sua struttura molecolare. Il ruolo del fluoro nell’organismo e la sua presenza nelle acqua è ben nota, per questo esiste in merito una legislazione precisa e dettagliata; diversamente ai perfluorati, per i quali gli studi riguardanti gli effetti tossici sull’uomo non hanno ancora portato a risultati conclusivi. In questo breve approfondimento il fluoro e i perfluorati verranno quindi considerati separatamente, e per i motivi primi citati verrà dato maggior spazio all’analisi di queste “nuove” sostanze, riconosciute peraltro come interferenti endocrini.

     

    IL FLUORO

    Il fluoruro è presente soprattutto in acque provenienti da rocce magmatiche oppure dove vi sono filoni di origine idrotermale che contengono fluorite; talvolta possono avere origine da emanazioni vulcaniche. Livelli elevati di fluoruri (> 25 mg/l) sono frequenti nelle acque di aree geografiche dove sono presenti fenomeni di attività vulcanica (India, Giappone, Italia, Sud Africa, Senegal).

    Il fluoro è contenuto nell’organismo umano in quantità di circa 2,6g; esso è distribuito nelle ossa ed in particolare nei denti dove svolge un’azione protettiva formando dei cristalli di fluoroapatite. Il depositarsi a livello osseo e dentale è probabilmente l’unico effetto positivo che il fluoro svolge nell’organismo per questo motivo, allo stato attuale delle conoscenze, non è possibile attribuirgli un ruolo di essenzialità. Il fluoro introdotto nell’organismo con l’alimentazione viene notevolmente assimilato (50-80%) anche se alcuni elementi  come il calcio, il magnesio e l’alluminio giocano un ruolo antagonista. Gli alimenti più ricchi di fluoro sono il pesce (0,2-3 mg/kg), i frutti di mare (0,3-1,5 mg/kg), le uova (0,3 mg/kg), il tè (0,5 mg/kg) e l’acqua. Bassi apporti di fluoro aumentano il rischio di insorgenza di carie dentale, viceversa dosi eccessive di questo elemento determinano la fluorosi, caratterizzata dall’insorgenza di particolari macchie sullo smalto dei denti. La fluorosi può verificarsi assumendo regolarmente acque fluorate, oppure tramite inalazioni (minatori) in grado di apportare all’organismo quantità di fluoro comprese tra 0,5 e 2,6 g/die.

    In alcune zone del mondo (Stati Uniti, Canada, Australia) le acque vengono regolarmente fluorate; tale pratica non è applicata nel nostro Paese e nemmeno in nessun altro dell’ambito europeo. Il fluoro viene aggiunto all’acqua sotto forma di fluoruri che si dissolvono nell’acqua sotto forma di ioni fluoro (F–) e altri ioni che dipendono dal particolare composto utilizzato. I fluoruri che vengono aggiunti all’acqua, in quantità comprese tra 0,7 e 1,2 ppm, sono generalmente tre: il fluorosilicato di sodio, il fluoruro di sodio, l’acido fluorosilicico.

    Una concentrazione naturale di fluoruri nell’acqua troppo elevata può essere ridotta con tecniche di adsorbimento su allumina attivata e carbone d’ossa.

    Il limite di concentrazione del fluoro in acqua è pari a 1,5mg/L per le acque destinate al consumo umano, mentre per le acque minerali naturali l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) ha espresso un’opinione scientifica nella quale ritiene che non vi siano rischi di fluorosi dentale a seguito di assunzione di acque aventi un contenuto di fluoruri fino a 5 mg/L per la popolazione adulta, e fino a 1,5 mg/L per i bambini di età superiore ai 3 anni. In base a ciò è stato stabilito di realizzare una differenziazione fra popolazione adulta e infantile e la legislazione di riferimento (D.M. 11 settembre 2003) stabilisce quindi che le acque minerali naturali la cui concentrazione di fluoruro è superiore a 1,5 mg/L devono comportare la seguente indicazione in etichettatura «Contiene più di 1,5 mg/L di fluoro: non ne è opportuno il consumo regolare da parte dei lattanti e dei bambini di età inferiore a sette anni».

    Riferimento legislativo concentrazione (mg/L)
    OMS[1] 1,5
    EPA[2] 4
    Direttiva 98/83[3] 1,5
    D.Lgs 31/2001[4] 1,5
    D.M. 10 febbraio 2015[5] 5

     

    I PERFLUORATI

    Si tratta di sostanze denominate anche fluorocarburi, carbonio fluoruri, perfluorocarburi, ovvero composti fluoro-organici che contengono solo atomi di carbonio e fluoro. Le catene di atomi di carbonio di queste sostanze possono avere lunghezza variabile, da C4 a C14, e possono essere lineari o ramificate. Il legame C-F rende queste molecole particolarmente resistenti all’idrolisi, alla fotolisi, alla degradazione microbica, inoltre tra le principali caratteristiche chimico-fisiche ci sono la natura anfifilica (presenza di strutture idrofile e idrofobe) e una debole tensione superficiale. Le famiglie di perfluorati di particolare interesse sono i cosiddetti PFOS e PFOA, rispettivamente acido perfluorooctansulfonico e acido perfluorooctanoico.

    Le particolarissime caratteristiche di queste sostanze le rende interessanti in molti settori della produzione industriale, basti pensare ai rivestimenti teflonati delle superfici antiaderenti ed ai tessuti in GoreTex per l’abbigliamento sportivo. Tra gli altri impieghi:

    • Trattamenti impermeabilizzati di pelle e tessuti;
    • Rivestimento di carta e cartone;
    • Detergenti (come tensioattivi), cere per lucidare i pavimenti;
    • Pitture e vernici;
    • Pesticidi e insetticidi;
    • Schiume anti-incendio;
    • Pellicole fotografiche;
    • Trattamenti di superfici metalliche (per diminuire la tensione superficiale);
    • Agenti disgorganti per le tubature

     

    Fig.1 Formule chimiche di struttura delle principali famiglie di perfluorati: i PFOA e i PFOS

    La tossicità

    Studi sugli animali hanno evidenziato effetti a carico del metabolismo lipidico e dell’equilibrio ormonale, per questo i perfluorati sono stati classificati tra gli interferenti endocrini. A partire dagli anni ‘90 l’Agenzia Americana per la Protezione Ambientale (US EPA) aveva denunciato la presenza di PFOS, e di composti ad esso correlati, in alcuni organismi viventi, uomo compreso, di diverse aree geografiche. Oggi gli Stati dell’Unione Europea stanno lavorando per l’inserimento dei PFOS, dei PFOA e dei loro composti correlati nella lista stilata dalla Convenzione di Stoccolma[6], in cui sono riportate le sostanze più pericolose per la salute dell’uomo e dell’ambiente in quanto inquinanti organici persistenti.

    I PFOS e i PFOA sono in grado di bioaccumularsi[7] negli organismi viventi e di interferire con la comunicazione intercellulare, ciò può portare allo sviluppo di cellule anormali e di tumori, specie in caso di esposizione cronica. Questo fenomeno è stato dimostrato sia per il PFOA che per il PFOS (anche se gli effetti dei PFOS sono fino a dieci volte più potenti rispetto a quelli dei PFOA) e sembra dipendere dalla lunghezza della catena carboniosa delle molecole. Entrambe queste sostanze hanno mostrato attività epatotossica in roditori e scimmie. In particolare le esperienze sui roditori hanno evidenziato la riduzione del peso del feto, la mancata calcificazione delle ossa, disfunzioni cardiache e morte neonatale. I neonati di ratto sopravvissuti mostravano ritardo nella crescita, e dall’esame del sangue emergevano livelli ridotti di tetraiodotironina (T4), per cui il ritardo nello sviluppo del feto e nella crescita, potrebbe essere dovuto alla capacità del PFOS di interferire con la maturazione cellulare e funzionale degli organi bersaglio, tramite l’influenza esercitata sugli ormoni tiroidei. Sia il PFOA che il PFOS sono in grado di interferire con il sistema neuroendocrino, ma nonostante il modello animale abbia fornito evidenze di interferenza sull’attività ormonale, non sono ad oggi ancora disponibili dati altrettanto chiari per gli analoghi effetti sull’uomo.

    Le fonti di assorbimento

    Le principali fonti di assorbimento sono l’ambiente, gli alimenti e l’acqua.

     

    Ambiente

    Sul suolo la presenza di tracce di perfluorati è più marcata in prossimità degli impianti industriali che ne fanno uso per la loro produzione, inoltre tracce sensibili sono registrabili, anche dopo alcuni mesi, a seguito dell’uso di schiume antincendio (2,87 ng/g).

    Per quanto riguarda i livelli aerodispersi outdoor, studi giapponesi condotti in aree urbane hanno evidenziato concentrazioni medie di PFOA pari a 0,37 ng/m3 e di PFOS pari a 0,006 ng/m3; mentre uno studio americano condotto in prossimità di aree adiacente la produzione di fluoropolimeri ha fornito valori di livelli aerodispersi di PFOA compresi tra 120 e 900 ng/m3. PFOs e PFOA possono interagire con il particellato fine ambientale ed esserne veicolato.

    In zone indoor la presenza di PFOS e PFOA va ricercata soprattutto nella polvere depositata in ambiente domestico, uno studio[8] ha evidenziato le seguenti concentrazioni: PFOS (<0,002 – 5,065 mg/g); PFOA (0,002 – 1,231 mg/g).

     

    Alimenti

    La dieta rappresenta la principale via di esposizione all’organismo per queste sostanze.

    Particolarmente significativa è la presenza di fluoropolimeri nelle carni dei pesci di mare e di acqua dolce, soprattutto per quelli provenienti da aree contaminate da queste sostanze; in questi casi si sono registrate concentrazioni di perfluorati comprese tra 6 e 425 ng/g[9]. Un’indagine condotta dalla UK Food Standards Agency nel 2004 ha evidenziato la presenza di PFOS in verdure in scatola (2 ng/g), uova (1 ng/g), marmellata (1 ng/g); per quanto riguarda le patate e piatti pronti contenenti patate si è registrato un contenuto di PFOS pari a 10 ng/g e di PFOA di 1 ng/g. Uno studio americano effettuato dal Centre Analytical Laboratories ha riportato livelli di PFOS nella carne macinata e nel latte intero compresi tra 0,57 e 0,85 ng/g e concentrazioni di PFOA (0,50 – 2,35 ng/g) in campioni di pane, fagiolini verdi, mele e carne tritata.

     

    Acque

    L’attenzione dei ricercatori è rivolta da alcuni anni allo studio di casi di contaminazione di acque potabili riferibili a PFOA[10]. Uno di questi risale al 2004 e ha interessato l’area di Little Hocking (Ohio, USA); qui le concentrazioni di PFOA nei pozzi variavano tra 1900 e 10100 ng/l (2004) e tra 3900 e 18600 ng/l (2005); la successiva valutazione dei livelli di PFOA nel siero di soggetti esposti (consumatori abituali dell’acqua proveniente dalla centrale in oggetto) ha fornito una mediana pari a 374 ng/l, inoltre l’indagine ha posto in evidenza che l’impiego di filtri a carbone attivo era in grado di ridurre il livello di contaminazione dell’acqua consumata, con conseguente diminuzione dei livelli ematici di PFOA. Un altro caso significativo di inquinamento si è verificato in Germania tra il 2006 e il 2007, nella regione di Sauerland, a causa di un impiego diffuso di fertilizzanti contenenti PFAs. I valori di PFOA rilevati nelle acque, compresi tra 22 e 519 ng/l, hanno subito una drastica diminuzione (<100 ng/l) in seguito all’utilizzo di filtri a carbone attivo.

     

    RImozione dei PFOA dall’acqua di rete

    Tra le tecnologie efficaci nella rimozione di PFOA e PFOS ci sono quindi i carboni attivi, che offrono il miglior rapporto costi/benefici, più onerose anche se molto efficaci risultano essere l’osmosi inversa e la nanofiltrazione, mentre meno efficaci in ambito acquedottistico sono le tecnologie più “classiche” basate sulla chiariflocculazione.

    Le concentrazioni medie di PFOS nelle acque potabili italiane sono nell’ordine dei ng/L, mentre per quanto riguarda gli PFOA le concentrazioni sono nell’ordine di alcune decine di ng/L[11]; questi valori sono molto contenuti ma il problema della contaminazione diffusa da perfluorati non va sottovalutato. Qualche esempio può dare un’idea della varietà e della vastità delle casistiche in gioco in Italia. Un documento dell’ISS del 2013 riguarda il ritrovamento di sostanze perfluorurate nelle acque superficiali e potabili della provincia di Vicenza e comuni limitrofi; uno studio del 2009 dell’Istituto Mario Negri riguarda l’analisi di PFOS e PFOA in campioni di pesce del Mediterraneo; elevate concentrazioni di perfluorati sono state rilevate nel Tanaro, nel Bormida e nel PO a seguito dell’attività industriale della Solvay. Questi sono solo alcuni esempi di matrici ambientali fortemente contaminate da queste famiglie di inquinanti.

    La grande resistenza di PFOA e PFOS al degrado naturale le rende durature e ubiquitarie. Il monitoraggio nelle acque oceaniche e nel particolato ambientale ha fornito indicazioni sulla loro veicolazione, spiegandone la presenza a livello planetario.

     

    Limiti di concentrazione

    Mentre esistono limiti di concentrazione in acqua per i fluoruri, per i perfluorati le ricerche stanno producendo dati sulla loro presenza nell’ambiente e gli effetti tossici per l’uomo.

    Tuttavia alcuni Stati ed Enti si sono già dotati di regolamentazioni in merito, fissando dei limiti provvisori, come l’EPA ha stabilito 0,2 mg/L per i PFOS e 0,4 mg/L per PFOA; la Germania 100 ng/L per PFOA e PFOS indifferentemente; il Regno Unito 0,3 mg/L per PFOS e 10 mg/L per PFOA; i Paesi Bassi 0,53 mg/L per entrambi; il Gruppo di Lavoro Europeo 0,525 mg/L per entrambe, infine l’EFSA che ha stabilito un Total Dose Intake (TDI[12]) pari a 150 ng/kg per PFOS e 1,5 mg/kg per PFOA.


    [1] Organizzazione Mondiale della Sanità, 2008
    [2] Agenzia per la Protezione Ambientale Americana, 2009
    [3] Direttiva Europea riguardante la qualità delle acque destinate al consumo umano
    [4] Decreto Legislativo nazionale riguardante la qualità delle acque destinate al consumo umano, recepimento della   Direttiva Europea 98/83
    [5] Decreto Ministeriale nazionale riguardante la qualità delle acque minerali naturali
    [6] La Convenzione di Stoccolma sugli inquinanti organici persistenti, stabilita in occasione di un convegno tenutosi a Stoccolma dal 22 al 23 maggio 2001, si pone come obiettivo l’eliminazione e la diminuzione dell’uso di alcune sostanze nocive per la salute umana e per l’ambiente definite inquinanti organici persistenti (POP)
    [7] Il bioaccumulo è dovuto al lungo tempo di permanenza di queste sostanze nell’organismo umano, infatti per i PFOA il tempo di dimezzamento è stimato in 3,8 anni mentre per il PFOS 5,4 anni.
    [8] Kubwabo B. Occurence of perfluorosulfonates and other perfluorochemicals in dust from selected homes in the city of Ottawa, Canada. J Environ Monit, 2005
    [9] Wilhelm M. Assessment and management of the first German case of a contamination with perfluorinated compounds (PFC) in the region Sauerland, North Rhine-Westphalia. J Toxicol Environ Health, 2008
    [10] Interferenti endocrini: PFOS e PFOA – G Ital Med Lav Erg 2008; 30:4, 309-323
    [11] Emerging Organic Contaminants in Drinking Water – Tesi di laurea di Alessandro Trombetta A.A. 2010-11 Politecnico di Milano
    [12] Quantità giornaliera di una sostanza che può essere assunta attraverso l’aria, gli alimenti e l’acqua, per l’intero arco della vita, senza apprezzabili effetti sulla salute 

  • News 08 2015 Non è concesso sigillare l’acqua potabile trattata al ristorante

    LA NORMATIVA NON CONSENTE DI SERVIRE AI TAVOLI ACQUA POTABILE TRATTATA IN BOTTIGLIE SIGILLATE

    Nelle linee guida del marzo 2015 a complemento del DM 25 del 2012 nel capitolo 2 sulle Raccomandazioni per il Consumatore vi è un importante paragrafo sulla conservazione dell’acqua potabile trattata:   Informazioni su eventuale conservazione dell’acqua trattata destinata a consumo umano. (2.4.2.10.)

     Il paragrafo nasce dall’esigenza di indicare la consumatore finale la corretta prassi per la conservazione dell’acqua potabile trattata, sia essa prelevata ai chioschi-casette dell’acqua, sia essa prodotta da un impianto domestico, caraffa o sistema filtrante connesso alla rete idrica.

    Il punto finale è però rivolto ai professionisti che operano nella ristorazione.  Probabilmente è inserito nella sezione rivolta ala consumatore per organicità del tema trattato (per come sono organizzate le linee guida la sua collocazione sarebbe stata nella parte terza)

     Questo il punto:

     “Nel caso l’acqua sia servita in locali pubblici, l’acqua eventualmente rimasta deve essere sempre scartata e il contenitore sanificato. Per questo motivo non è consentito il sigillo dei contenitori d’acqua e la loro conservazione (assenza di tracciabilità e prolungata conservazione). Per facilitare la pulizia dei contenitori, è bene che questi abbiano una bocca larga così da rendere più efficace e facile il lavaggio effettuato con macchine o manualmente. Analoghe considerazioni valgono per i bicchieri. In ogni caso deve essere evitata qualsiasi ambiguità sulla natura dell’acqua servita con altre tipologie commerciali di acque adottando le diciture previste dalla normativa”  Linee Guida al Dm 25 maggio 2015.

    Sicuramente, anche di fronte a questo pronunciamento chiaro e perentorio, ci saranno obiezioni. E’ una questione che si trascina da anni.  E’ comprensibile l’opportunità  commerciale di facilitare la vendita di acqua somigliante alle acqua confezionate, ma nello stesso tempo deve essere anche comprensibile il rischio di andare a pestare i piedi su di un campo minato come e quello delle acque minerali. Le linee guida non hanno valore di legge e non presentano un apparato sanzionatorio, ciò non toglie che servono da guida anche per gli organi di controllo…..

  • News 03 2016 Ozono come sanificante negli erogatori: perché non si usa

    L’ozono è una forma allotropica dell’ossigeno 03. Le sue capacità ossidanti sono note e conosciute, in funzione del suo dosaggio ha forti capacità battericide, vale a dire la capacità di inattivare virus e parassiti. Con una concentrazione assai bassa, 0,4 mg/l sono sufficienti 6 minuti di contatto per avere una garanzia di riduzione al 99 % dei microrganismi.

    L’ozono ha un forte potere ossidante e quindi di rimozione sul ferro e manganese. La generazione di sottoprodotti di disinfezione è bassa, unico caso è la presenza di Bromo (generalmente in ambienti vicini al mare) che da vita a pericolosi bromati.

    L’ozono è estremamente pericoloso per la salute umana e qualsiasi essere vivente, è un gas tossico, facilmente solubile in acqua, qui a seguire un piccolo grafico sui rischi legati ad una esposizione prolungata. I sintomi principali sono secchezza delle fauci, emicrania.

    grafico rischio esposizione ozono

    Il limite dell’utilizzo dell’ozono però non è legato alla sua elevata tossicità. Il dissolvimento dell’ozono in acqua nella forma innocua della molecola classica dell’ossigeno O2 è rapida (in funzione della concentrazione, temperatura e presenza di sostanze organiche). I generatori di ozono hanno spesso strumenti di controllo che ne limitano la produzione sotto la soglia critica.

    L’impossibilità di utilizzo dell’ozono negli erogatori d’acqua al punto d’uso è legato al problema che a contatto con alcuni metalli e alcune sostanze si generano sapori sgradevoli la cui rimozione sarebbe semplice (carbone attivo) ma tecnicamente difficile da eseguire in un erogatore al punto d’uso.

  • News 05 2016 Bombole in acciaio o in alluminio

    n tutti gli impianti di acqua alla spina, che siano domestici o professionali (per la ristorazione) sono necessarie bombole di CO2 per rendere frizzante l’acqua, possono essere d’Acciaio o di Alluminio, ricaricabili o usa e getta
    Quale tipo di bombola scegliere?
    Tutte le scelte sono il frutto di ragionamenti che affrontano il tema da angolature diverse.

    Aspetti tecnici del problema

    interno bombola alluminio e acciaio

    L’adridide carbonica che si usa negli impianti di acqua alla spina ha le caratteristiche di alimentarietà, viene definita E290 ossia addittivo, in quanto non ha nessun apporto calorico.

    La purezza della Co2 è importante in quanto è destinata al consumo umano. Se  vi sono alterazioni all’interno della bombola queste posso essere trasmesse all’acqua utilizzando l’anidride carbonica come vettore

    La bombola una volta vuota, non ha più pressione di spinta e questo potrebbe portare ad un retrocontaminazione interna. Ossia l’acqua percorre al contrario il circuito della co2 introducendosi nella bombola.

    L’acqua sull’acciaio ha un effetto fortemente negativo, in quanto sviluppa ossidi (ruggine) che trasmettono un cattivo sapore all’acqua e che nel tempo possono addirittura rovinare la bombola stessa.

    Una soluzione per evitare il fenomeno  è la valvola residuale, ossia sulla bombola è presente una valvola che trattiene comunque un minimo di pressione impedendo quindi flussi negativi.Generalmente sui circuiti dei frigogastori sono presenti valvole di non ritorno, ma l’esperienza insegna che a lungo andare piccoli trafilamenti ci possono essere.

    Le valvole residuali non impediscono però la formazione di condensa all’interno della bombola e quindi la possibile formazione di ruggine nelle bombole in acciaio.

    Quando nella bombola in acciaio si è formata una patina di rugine bisogna necessariamente eseguire una operazione di pulizia tramite la sabbiatura, una lancia spruzza all’interno della bombola sabbia che abrade e pulisce le pareti. Non è un’operazione semplicissima ed ha comunque un costo. Il vecchio sistema della bigliatura è stato ormai abbandonato

    Vantaggi bombole in alluminio

    • Le bombole in alluminio non formano ruggine al loro interno e nel tempo sono stabili.
    • Sono più leggere
    • Esteticamente più belle

    Vantaggi bombole in acciaio

    • Le bombole in acciaio hanno un prezzo leggermente inferiore
    • Hanno dimensioni ridotte
    • facilità a fare il pieno per vuoto

    Se non è un problema di ingormbri per l’acqua frizzante le bombole in alluminio sono la soluzione migliore. Non è un caso che il settore dei gasatori da tavolo adotti ormai solo bombole in alluminio, avendo abbandonato completamente quelle in acciaio.

    Aspetti commerciali del problema

    Nel panorama delle bombole in acciaio vi è il ginepraio dagli estintori rigenerati  e dell’importazione asiatica selvaggia. Nel primo caso  ci si confronta con bombole,  non sempre a norma, con prezzi estremamente bassi. La bombola rigenerata è spesso esteticamente  impresentabile ma in alcuni casi si presenta simile alle bombole in acciaio e questo è male perchè genera una competizione sul prezzo al ribasso.

    Nella competizione del prezzo al ribasso ci si confronta con chi immette e propone sul mercato bombole prodotte in estremo oriente la cui unica arma di penetrazione è il prezzo. E’ una battaglia  che alla lunga penalizza il prodotto anche da un punto di vista qualitativo. Non è un caso che parecchi lotti vengono proposti senza tutti i requisiti  richiesti dalle normative europee. (di recente abbiamo visto partite di bombole asiatiche senza numero ONU)

    Il mondo delle bombole co2 in alluminio non subisce questa competizione sul prezzo e quindi anche se più care in fase di primo acquisto garantiscono una filiera e una marginalità corretta per poter operare nel settore.

  • News 07 2016 breve sintesi della direttiva UE 1787-2015

    I punti salienti della direttiva 1787-2015 per il trattamento al punto d’uso

    • La direttiva esce dopo quasi vent’anni dalla precedente, 98/83/CE, dispone che entro il 27 ottobre 2017 sia recepita dagli stati nazionali.
    • I riferimenti scientifici sono le linee guida pubblicate dall’OMS e la norma EN 15975-2
    • Vengono escluse in maniera esplicita le acque confezionate o in contenitori destinate alla vendita dalla normativa sulle acque potabili – scompare la parte B dell’allegato 2
    • Vengono definite frequenze diverse di controllo per i parametri microbiologici, torbidità, conducibilità e pH parte A e quelli chimico fisici parte B
    • Viene reintrodotto il conteggio delle colonie a 22 °C (prima di sola pertinenza delle acqua confezionate)
    • Nella parte A possono essere indicati altri parametri specifici in funzione di una valutazione del rischio secondo la norma EN 15975
    • La parte B è derogabile in alcuni suoi parametri in funzione della valutazione del rischio secondo la Norma EN 15975, possono essere ridotte o aumentate le frequenze di campionamento
    • La valutazioni di rischio devono essere approvate dalle autorità competenti
    • Vengono definiti i metodi di campionamento e di analisi dei vari parametri

  • News 01 2017 Brinicle ossia il “Dito della Morte” un fenomeno inconsueto

    Un fatto curioso, le stalattiti di ghiaccio in ambiente marino

    Parlando di “brinicle” Affrontiamo  brevemebte un fenomeno che non riguarda l’acqua destinata al consumo umano -è proprio di un ambiente marino- ma che è utile a ragionare sul tema delle termodinamica legata all’acqua.

    brinicle

    In particolari condizioni dove si forma il pack, quindi vicino al polo Nord o Sud, sotto la crosta di ghiaccio si formano delle stalattiti  che scendono verso il basso negando a prima vista i principi della fisica.   Prendono il nome terrificante di “dita della morte” perchè assomigliano a dita piantate nell’acqua, che intrappolano e uccidino le forme viventi che incontrano

    E’ noto infatti che l’acqua  raggiunge la massima densità verso i 4 °C, ossia a parità di volume ha la massa maggiore, questo significa che l’acqua a 4°C allo stato liquido tende ad andare verso il basso mentre acqua allo stato liquido di temperatura inferiore sino alla temperatura di passaggio di stato – 0 °C- tende verse l’alto.  Stessa cosa si può dire dell’acqua con temperatura maggiore che notoriamente stratifica verso l’alto. 

    Se consì non fosse, vi sarebbero enormi masse di ghiaccio in fondo a tutti i bacini d’acqua – laghi mari etc…- e la vita sulla terra non sarebbe nelle forme che noi conosciamo anzi molto probabilmente non ci sarebbe affatto.

    La presenza di sali disciolti, come nell’acqua di mare sposta i punti termici di massa minima e di passaggio si stato, ma il fenomeno rimane.

    il dito della morte

    In ambiente artico la formazione di stalattiti che scendono verso il basso improgionando le forme viventi che incontrano (da qui il nome di dito della morte)  si spiega con la formazione di un moto convettivo di acqua ricca di sali verso l’alto, arrivata prossima alla superficie ghiaccia solo l’acqua, creando quindi nello strato immediattamente sottostate una salamoia che scende verso il basso senza ghiacciare, ma che funge da condotta termica che trasporta il freddo veso il basso facendo ghiacciare via via l’acqua che incontra.

    Queste stalattiti sono compoeste da ghiaccio e salamoia, fragili  ma capaci di intrappolare ed uccidere forme viventi  come le stelle marine o altri molluschi capaci di vivere a temperature appensa sotto lo zero termico ma non alle temperature esterne all’acqua che sono ben al disotto dello zero termico  (-18/20 °C)