Autore: fabio

  • L’importanza di filtrare a 0,5 micron: la tecnologia pre coat

    L’importanza di filtrare a 0,5 micron: la tecnologia pre coat

    Gli elementi filtranti per il trattamento delle acque destinate al consumo umano offrono un intervallo molto ampio del grado di filtrazione, ovvero della capacità di rimozione delle sostanze sospese e disciolte. Esistono differenti tecnologie: si può passare da un filtro a sedimenti con grado di filtrazione di 50 micron1, per arrivare alla membrana osmotica in grado di rimuovere particelle disciolte nell’acqua con dimensioni inferiori a 0,001 micron.

    In questo ampio intervallo il valore di 0,5 micron, indipendentemente dalla natura dell’elemento filtrante, costituisce un valore particolarmente significativo in quanto rappresenta una barriera efficace nei confronti di batteri, protozoi, alghe, piccolissimi sedimenti e fibre di amianto, cosa che invece non può assicurare un filtro con porosità maggiore.

    Ad esempio la Giarda ed il Cryptosporidium sono dei patogeni emergenti molto diffusi nelle acque superficiali, caratterizzati da una particolare resistenza ai tradizionali disinfettanti a base di cloro ed in grado di causare infezioni intestinali (ad esempio nel 2004 un’epidemia di Giardia a Bergen-Norvegia ha colpito circa 2.500 persone, mentre nel 2003 a Milwaukee-USA si sono registrati oltre 400.000 casi di contaminazione); questi protozoi, che hanno dimensioni dell’ordine dei micron sono efficacemente trattenuti da sistemi filtranti con grado di filtrazione submicrometrico.
    Analogo discorso vale per l’amianto, anche se la pericolosità accertata riguarda l’inalazione, la stessa non è esclusa per quanto riguarda l’ingestione attraverso l’acqua, fatto che peraltro avviene regolarmente visto che in molti tratti le tubature degli acquedotti sono realizzate con questo materiale.

    Per quanto riguarda la tecnologia a carbone attivo occorre precisare che esistono diverse tipologie di filtri, che a parità di materia prima differiscono per la realizzazione dell’elemento filtrante e si distinguono in: GAC (Carbone Attivo Granulare), Carbon Block (estruso), Pre coat. Esistono anche filtri a carbone associati a membrane cave in polisulfone, che impediscono il passaggio dei microbi.

    Il GAC viene in genere associato ad una maglia fine per impedire il rilascio di carbone nell’acqua, che con questa configurazione sfusa non ha grado di filtrazione definito. Un Carbon Block può essere prodotto con tecnologie diverse: estruso o sinterizzato. Nel primo caso si tratta di un impasto di carbone e polimero che viene scaldato e spinto in un estrusore, la porosità minima raggiungibile con questa tecnica è sopra i 5 micron; il secondo processo e costituito da polvere di carbone sinterizzata con leganti polimerici ad alta pressione e temperatura, con questa procedura la candela, se di buona qualità, può garantire una porosità pressoché uniforme e fungere anche come filtro per particolato con grado di filtrazione generalmente compreso da 1 a 5 micron.
    Un filtro pre coat è costituito da una membrana fine a 0,5 micron su cui viene depositata una polvere di carbone attivo (PAC) di alta qualità.
    La tecnologia pre-coat è fondamentale dove c’è l’esigenza di filtrare efficacemente l’acqua anche nei casi in cui i livelli di torbidità e particolato rischierebbero di intasare rapidamente un normale carbon block a 1 micron. La superficie di filtrazione della membrana pre coat è circa 6 volte superiore quella di una candela di carbone estruso, ciò consente di avere una notevole autonomia di filtrazione dell’acqua di rete senza cadute significative di pressione.

    La tecnologia pre coat è l’unica che consente di offrire i vantaggi del carbone attivo assieme a quelli di una filtrazione submicrometrica, in grado di assicurare la rimozione di qualsiasi particella presente nell’acqua con dimensioni superiori a 0,5 micron.

    Se la natura degli elementi filtranti e le relative prestazioni sono ben definite dal punto di vista tecnico, lo stesso non accade sul piano commerciale, ambito in cui le caratteristiche operative di certi impianti vengono volutamente forzate per ovvi motivi di marketing; è il caso di alcuni filtri Carbon Block sulle cui etichette vengono dichiarate caratteristiche filtranti pari alla tecnologia pre coat, una scorrettezza che abbiamo voluto evidenziare con il seguente semplice esperimento.

    Descrizione del test:
    Per verificare la porosità dei carbon block abbiamo creato un piccolo impianto pilota costituito da:

    • un contenitore, generalmente utilizzato per i filtri a tazza da 10“, con all’interno polvere di carbone di granulometria superiore ai 0,5 micron
    • una T idraulica con valvole di arresto
    • una testata per filtri a baionetta
    • una seconda T idraulica con valvole di arresto
    • un contenitore a tazza con all’interno una cartuccia a sedimenti da 1 micron
    • una pompa a palette di spinta e ricircolo

    Le T idrauliche servono per modificare il circuito idraulico e pilotare il flusso di acqua pulita nei filtri nella fase iniziale di spurgo, per il tempo stabilito dal produttore.

    Terminata la fase di spurgo l’acqua ricca di polveri contenuta nella prima tazza viene spinta sul filtro a carbone sottoposto a test, quello che non viene trattenuto passa e viene raccolto a valle sul filtro a sedimenti.

    I filtri Everpure e Water Pro, entrambi utilizzanti tecnologia pre coat, superano positivamente il test, infatti al termine della prova la cartuccia sedimenti rimane pulita; viceversa il filtro “anonimo” carbon block lascia passare la polvere di carbone, che va a sporcare rapidamente il filtro a sedimenti, a dimostrazione di una minore efficienza nella rimozione del particolato.

  • L’oggetto misterioso del mese: Il Nilometro

    L’oggetto misterioso del mese: Il Nilometro

    Qualcuno lo aveva capito, anche se non era semplice, l’oggetto misterioso che abbiamo lanciato sulla nostra pagina Facebook la scorsa settimana è un nilometro

    Che cos’è un nilometro? I nilometri sono strutture che vennero edificate nell’antico Egitto al fine di misurare il livello delle acque del Nilo, come facilmente intuibile dal nome.

    In soldoni i nilometri altro non sono che una particolare tipologia di pozzo munito di scale graduate, che nell’attività permetteva di quantificare il livello delle piene, un dato che consentiva di stabilire la tassazione da corrispondere essendo legato inevitabilmente all’abbondanza dei raccolti.

    Oltre all’irrigazione, le piene del Nilo provvedevano anche alla naturale concimazione dei terreni, che avveniva mediante il limo contenuto nelle sue acque.

    In foto il nilometro di Kom Ombo

  • Venditori di frottole: come difendersi da Altroconsumo

    Venditori di frottole: come difendersi da Altroconsumo

    La filtrazione domestica: una realtà emergente.

    In merito all’articolo recentemente apparso su Altroconsumo (n.316 luglio-agosto 2017) riguardante la vendita di apparecchiature per filtrare l’acqua in ambito domestico, intendiamo fare alcune precisazioni circa le scorrettezze contenute nel testo (è possibile ricevere una copia dell’articolo su richiesta).

    • Cominciamo dal titolo riportato in copertina: “Venditori di filtri: per convincerci a comprare un depuratore, ci fanno credere che nell’acqua di casa ci sia di tutto. Non caschiamoci”. Utilizzare titoli d’effetto è una tecnica di Altroconsumo, questa volta viene screditata tutta la categoria che opera nel settore del trattamento domestico dell’acqua potabile, i cui venditori vengono bollati come impostori, disposti a raccontare un sacco di frottole sull’acqua che beviamo pur di piazzare una vendita. Fare di tutta l’erba un fascio è sempre sbagliato, in questo caso il focalizzare l’attenzione su chi opera in maniera disonesta senza i dovuti distinguo ha penalizzato tutti i tecnici e gli installatori che lavorano con professionalità e nel rispetto delle regole per il miglioramento della qualità dell’acqua potabile
    • Claudia Chiozzotto, esperto di Altroconsumo in materia di acqua e ambiente, spiega che solo in presenza di contaminanti nell’acqua (es. PFAS, cromo esavalente, arsenico, ecc) può rivelarsi utile un impianto domestico di filtraggio. Ebbene la realtà è un po’ diversa. La stragrande maggioranza degli italiani che utilizza un dispositivo di trattamento a casa propria lo fa per migliorare le qualità organolettiche dell’acqua del rubinetto, che troppo spesso sa di cloro o di altri retrogusti, imputabili ai residui dei trattamenti di potabilizzazione, oltre all’alterazione qualitativa che può avvenire nel tratto domestico (dal contatore al rubinetto). Tutti i dispositivi di trattamento dell’acqua applicabili in ambito domestico devono rispondere al D.M. 25/2012, il quale precisa che il campo di applicazione di queste tecnologie è l’acqua già potabile (D.Lgs 31/2001), che può essere migliorata nei caratteri organolettici come odore, sapore, oltre alla refrigerazione e gasatura. Nel caso si modifichino parametri chimico fisici è obbligatorio indicare in quale misura questo avviene. La nostra esperta dice fesserie grosse quando lascia intendere che i dispositivi sono utili quando hanno la funzione di potabilizzare l’acqua per la presenza di inquinanti particolari. I sistemi al punto d’uso hanno la funzione di migliorare l’acqua già potabile come afferma in maniera perentoria il Dm25-2012
      Nel caso di acque pesantemente contaminate da elementi indesiderabili i normali “filtri” vanno dimensionati con diversi accorgimenti, così come la loro gestione (frequenza di sostituzione e smaltimento).
      In alcune zone del nostro paese il residuo fisso, nonostante l’acqua abbia il valore legale di potabilità, è estremamente elevato. Un impianto ad osmosi inversa può essere utile o addirittura necessario.
    • In merito alle “analisi in 7 mosse”, va precisato che un campionamento mal fatto può inficiare il risultato, inoltre questa tecnica NON può essere applicata per l’analisi microbiologica. E’ un’operazione di marketing al pari dei furbetti che vorrebbero mettere alla berlina
      Fare analisi come trattare l’acqua al punto d’uso è una cosa seria non fatevi ingannare dai professionisti dello “spavento”

    Non facciamoci ingannare da titoli d’effetto. Sono molte le aziende del settore trattamento acque attive nella ricerca normativa e tecnica, attraverso convegni, giornate di studio e pubblicazioni, a stretto contatto con il Ministero della Salute. Un impegno continuo da parte di molti, per garantire una sempre maggiore qualità dei prodotti e degli impianti, conformemente a quanto previsto dalla legislazione vigente. Da ultimo rimarchiamo che esistono associazioni di categoria proprie del settore, AMITAP – Aqua Italia – AIAQ che da anni lavorano a stretto contatto con il Ministero della Salute e con le autorità preposte alla vigilanza sanitaria. Pperché non sono state interpellate da Altroconsumo?

  • Acqua e siccità, la necessità di filtrare l’acqua

    Acqua e siccità, la necessità di filtrare l’acqua

    Perchè i filtri durano meno

    Tutti gli anni, con cadenza ormai quasi regolare nel periodo estivo, in molte zone d’Italia si presente il problema della siccità, con ripercussioni più o meno importanti sull’approvvigionamento idrico di acqua potabile.

    La carenza di precipitazioni piovose incidono sulla disponibilità di acqua. Attività agricole intensive sono oggi estremamente voraci d’acqua necessaria per l’irrigazione; nella stessa misura si comportano gli allevamenti intensivi in batteria. Il fiume Po, che attraversa la pianura padana e riceve acqua dai suoi affluenti di destra e sinistra, in estate raggiunge livelli minimi proprio per questi prelievi forsennati su tutto il bacino idrico. I corpi idrici fluenti con regime torrentizio sono in genere asciutti durante l’estate, quindi praticamente inservibili.

    La situazione si ripete ovunque in tutta la penisola Italiana, con particolare gravità nel sud Italia; in Puglia per esempio il prelievo dall’acquedotto principale determina una carenza generalizzata e in molte regioni l’acqua viene razionata.

    Per far fronte alla penuria di acqua si ricorre all’utilizzo di fonti con una qualità sempre peggiore, che richiedono costi maggiori per la captazione e la potabilizzazione. Se in periodi “normali” l’acquedotto utilizza fonti di approvvigionamento che richiedono i costi di prelievo e di potabilizzazione più bassi possibili, in estate, in periodi di magra, può essere necessario ricorrere a fonti meno economiche, che presentano spesso anche problemi di potabilizzazione.

    Alla fine la peggiore qualità di partenza si ripercuote sul consumatore, a cui arriva un prodotto qualitativamente inferiore. I problemi che si riscontrano maggiormente sono una variazione del gusto e delle qualità organolettiche in generale, oltre ad un aumento della torbidità.

    Il gusto varia per l’aumento del cloro utilizzato come disinfettante e per la presenza di cianobatteri che danno all’acqua il classico odore di muffa (freschina). Le fioriture algali tipiche del periodo estivo sono responsabili anche della presenza nell’acqua di tossine, prodotte dal metabolismo di questi ceppi microbici. L’utilizzo stagionale di pozzi può comportare un aumento del particolato nell’acqua, del limo e della presenza di carica batterica. Come risolvere questi problemi?

    I filtri a carbone attivo argentizzati sono un’ottima soluzione per risolvere il problema dell’alterazione del gusto, sia esso generato dal cloro o dalla presenza di sostanze estranee. La tecnologia pre-coat è sicuramente la migliore per garantire una qualità costante dell’acqua filtrata; questo avviene perché il carbone è sistemato su una maglia costante, priva di vie preferenziali e con una superficie a contatto con l’acqua molto più estesa rispetto alla tradizionale cartuccia in carbon block (superficie cartuccia 10” in carbon block = 500 cm2, una equivalente con tecnologia pre coat = 2600 cm2), ciò assicura maggior durata e un’efficacia di filtrazione superiore (soprattutto rispetto ai carboni estrusi spacciati per 0,5 micron). La presenza di argento impedisce la proliferazione batterica avendo questo metallo un potere batteriostatico.

    Un tema più delicato, e di non facile soluzione, è legato alla torbidità generata dalla presenza di limo. I filtri, svolgendo la loro funzione di maglia micrometrica, si intasano con tempi e frequenza molto elevata. Quando questo non succede significa soltanto una cosa: se presenza di torbidità elevata il filtro non si intasa è perché non filtra niente (vedi carbon block dichiarati a 0,5 micron ma che nella realtà sono 15-20 micron).

    La soluzione al problema della torbidità non è semplice. Dove il consumo è modesto il consiglio è di aumentare la frequenza di sostituzione delle cartucce pre-coat; dove invece il consumo è elevato, come nella ristorazione o nelle casette dell’acqua, è necessario affrontare il problema in maniera del tutto diversa.

    Un metodo può essere la prefiltrazione meccanica ad imbuto, che altro non è che una serie di filtri a sedimenti posti prima del filtro vero e proprio. Si parte con una maglia grande per scendere via via di micronaggio, ad esempio 20 – 10 – 5 micron. Il consiglio è di utilizzare tazze trasparenti ed un manometro che indichi la caduta di pressione dovuta alle perdite di carico, in aumento con l’intasamento progressivo.

    Questa soluzione allunga la vita del filtro e può essere migliorata con un filtro autopulente posto a monte, tuttavia dove è presente un limo sottile l’efficacia del sistema ad imbuto non è risolutiva. In questi casi è necessario impostare la filtrazione in maniera diversa.

    Batteria di filtrazione

    Una soluzione efficace, che rende l’acqua piacevole al gusto senza patire per eventuali intasamenti dovuti al limo sottile, è data dalla seguente soluzione tecnica: filtro sedimenti + GAC + filtro sedimenti + UV.
    Il primo stadio è composto da una prefiltrazione del particolato con maglia grossolana (50 micron autopulente, 20 e 10 micron. Il secondo step è un filtro a Carbone Attivo Granulare (GAC), che deve essere di ottima qualità, con granulometria costante, possibilmente di noce di cocco. A valle un filtro del particolato a maglia fine (5 o 1 micron) per trattenere l’eventuale polvere di carbone, infine è d’obbligo un debatterizzatore UV, dimensionato in maniera corretta per la portata d’acqua richiesta.

    Se il limo è presente in elevata concentrazione, tale da inficiare il buon funzionamento della batteria filtrante, può essere utile installare un prefiltro chiarificatore costituito da un letto di sabbia quarzifera con diversa granulometria, il dispositivo deve poter essere controlavato, con tempi e frequenze dettate dal livello di inquinamento, per mantenere in efficienza il chiarificatore.

  • Quando basterebbe un filtro per proteggere i nostri militari

    Quando basterebbe un filtro per proteggere i nostri militari

    Quando basterebbe un filtro per proteggere i nostri militari

    Il 5 Luglio 2017 “Il Fatto Quotidiano” ha pubblicato questo articolo, riportando la denuncia effettuata dal tenente colonnello e medico militare Enzo Lettieri dinnanzi alla Commissione parlamentare di inchiesta sugli effetti dell’utilizzo dell’uranio impoverito.

    Lettieri ha sostenuto che, secondo alcuni rilievi effettuati nel 2015, i militari dell’esercito italiano presenti in Kosovo avrebbero consumato acque minerali contenenti bromato almeno fino al 2016.

    L’acqua naturale “Dea” che in quel periodo fu servita e venduta presso la base Film City di Pristina è stata effettivamente ritirata dal mercato, mentre risulta ancora in commercio quella frizzante.
    La notizia ha prevedibilmente riportato l’attenzione sulla tutela della salute dei nostri militari all’estero, facendo emergere la frequente mancanza di valutazione dei rischi, che impedisce ogni intervento di prevenzione.

    Che cos’è il bromato

    Acqua in guerra
    Acqua in guerra

    Il bromato è un agente cancerogeno classificato di classe 2B che si forma quando l’acqua contenente bromuro viene trattata con l’ozono.

    Il limite massimo di concentrazione nelle acque potabili stabilito dalla legge è di 10 microg/L, mentre per le acque minerali scende addirittura a 3.
    I rilievi effettuati sulle acque consumate dall’esercito in Kosovo avrebbero evidenziato una concentrazione di gran lunga superiore, che andrebbe dai 65 ai 97 microg/L.

    Un problema grave, con una soluzione relativamente semplice

    La presenza di sostanze cancerogene nell’acqua che beviamo è un problema grave, che spesso tendiamo a considerare impossibile da risolvere.
    Alla prova dei fatti esistono tuttavia situazioni nelle quali, previa una precisa valutazione della composizione chimica dell’acqua, possiamo efficacemente intervenire per tutelare la nostra salute.

    Nel caso del bromato esistono ad esempio rimedi che possono abbassarne la concentrazione fino a rientrare nei limiti di legge.
    Fermo restando che le tecniche preventive, quelle mirate alla non formazione del bromato, sono senz’altro le più efficaci (rimozione del precursore bromuro, controllo del trattamento di ozonazione, ecc), è comunque possibile ridurlo anche una volta formato:

    • In ambito acquedottistico e nell’industria dell’imbottigliamento con post trattamento di coagulazione/flocculazione e riduzione chimica con dosaggio di ione Fe2+
    • In ambito domestico mediante filtri a carbone attivo con rese variabili 40-60%.

    Qualora i fatti fossero confermati, l’esistenza di soluzioni per risolvere il problema con efficacia non può far altro che rendere ancor più amara una vicenda di grave disattenzione verso la salute dei nostri uomini.

  • Parametri non contemplati dal D.Lgs 31/2001

    Parametri non contemplati dal D.Lgs 31/2001

    La legislazione che regolamenta la qualità delle acque destinate al consumo umano è uno scenario in continua evoluzione, che si aggiorna in funzione del cambiamento di numerosi parametri, in particolare dall’evoluzione:

    • delle conoscenze scientifiche circa l’impatto della qualità dell’acqua potabile sulla salute umana, dalle quali derivano gli aggiornamenti alle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità
    • delle tecnologie di indagine, ossia nuove e più sofisticate strumentazioni che permettono di individuare sostanze presenti nell’acqua in concentrazioni sempre più piccole
    • dei processi di trattamento dell’acqua potabile in ambito acquedottistico
    • della legislazione nazionale ed europea in campo ambientale

    Gli standard di qualità dell’acqua potabile sono stabiliti, a vari livelli, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), dall’ente di protezione ambientale americano (EPA), dalla Comunità Europea e dagli stati membri. Nel nostro Paese la legge di riferimento è il D.Lgs 31/2001, che prevede il controllo ed il rispetto di 54 parametri (57 per le acque confezionate), così suddivisi:

    • 2 parametri microbiologici (5 per le acque confezionate); si tratta di ceppi batterici per i quali sono fissati limiti imperativi di concentrazione
    • 28 parametri chimici riguardanti elementi indesiderabili e tossici, di origine naturale o antropica, la cui presenza nelle acque destinate al consumo umano può nuocere alla salute pubblica e per i quali quindi sono fissati limiti imperativi di concentrazione (salvo concessione di deroghe)
    • 21 parametri indicatori, che sono definiti tali perché non si tratta di inquinanti chimici, bensì di parametri che indicano le qualità organolettiche, le caratteristiche chimico-fisiche, oppure possono fungere da “segnalatori” della presenza nell’acqua di altri elementi di provata pericolosità
    • 3 parametri di radioattività, per tutelare la salute umana dalla presenza nelle acque di elementi radioattivi, siano essi di origine naturale o artificiale

    Ovviamente nell’acqua sono presenti anche molte altre sostanze, alcune innocue altre tossiche, che in genere non presentano un potenziale pericolo per la salute umana perché in concentrazioni modestissime. Quando nell’acqua vengono rilevate sostanze indesiderate non previste dal D.Lgs 31/2001, in concentrazioni considerevoli, emergono particolari difficoltà gestionali perché:

    • la verifica di tali elementi non è prevista dai monitoraggi di routine effettuati dagli organi di controllo
    • occorre mettere a punto, in tempi brevi, tecniche di rimozione su scala acquedottistica che si rivelino efficaci nei confronti della sostanza (o del gruppo di sostanze) specifica.

    Generalmente la presenza di eventuali sostanze anomale nell’acqua viene identificata a seguito dei monitoraggi ambientali periodici, che vengono effettuati obbligatoriamente per la determinazione dello stato di salute di un corpo idrico; tali controlli prevedono la ricerca di numerosi parametri, differenti a seconda che si tratti di acque superficiali o sotterranee, come stabilito dal D.Lgs 152/2006 (Norme in materia ambientale). In caso di presenza di sostanze inquinanti non previste dal D.Lgs 31/2001 partono specifiche attività di ricerca, che vedono coinvolti anche enti quali IRSA e CNR, allo scopo di definire l’origine e l’entità dell’inquinamento, nonché le misure da intraprendere per la tutela della salute pubblica. E’ quanto è successo recentemente in Toscana con il tallio e nel Veneto con i PFAS. Di seguito la mappa che riporta la presenza, a livello nazionale, di elementi indesiderabili nelle acque destinate al consumo umano secondo una ricostruzione dell’ISS relativa a casi di contaminazione nel periodo 2009-2016 (Lucentini, 2017).

    Una problematica diffusa a livello nazionale, che si manifesta in forma differente da regione a regione. Tutti questi casi sono accomunati dalla presenza di sostanze indesiderabili nell’acqua destinata al consumo umano, alcune non previste dal D.Lgs 31/2001, per le quali si cerca di far fronte con misure eccezionali, altre (come il ben noto problema dell’arsenico nel viterbese) portano all’erogazione dell’acqua in regime di deroga. Per fortuna la tecnologia mette a disposizione elementi filtranti in grado di rimuovere queste sostanze, basta rivolgersi agli esperti del settore, alle ditte specializzate, per l’installazione in ambito domestico del dispositivo più adeguato e poter così continuare a bere, in tutta sicurezza, l’acqua del rubinetto.

  • Il gusto (anomalo) dell’acqua

    Il gusto (anomalo) dell’acqua

    Incolore, inodore e insapore, queste sono le principali caratteristiche dell’acqua, che abbiamo imparato a scuola e sono universalmente condivise. Tuttavia queste proprietà sono riferite all’acqua pura, ovvero all’H2O, che in natura però praticamente non esiste. Le acque dei laghi, dei torrenti, quelle erogate dagli acquedotti e le minerali in bottiglia contengono sempre un mix di sostanze che derivano dal discioglimento delle rocce che hanno attraversato, ma anche da eventuali trattamenti a cui vengono sottoposte, oppure da possibili inquinamenti, naturali o di origine antropica. L’acqua che beviamo, quindi, ha sempre un gusto, più o meno marcato, e più o meno caratteristico a seconda degli elementi che in essa sono presenti.

    Sorprende sicuramente sapere che bastano milionesimi di grammo (addirittura miliardesimi, per alcune sostanze) per dare odore e sapore all’acqua, tracce infinitesimali che possono disturbare in maniera significativa la percezione del nostro palato.

    Di seguito presentiamo un elenco di frequenti alterazioni nel gusto dell’acqua di rete con relative soluzioni, che aggiorneremo di settimana in settimana.

    Gusto di medicinale?

    La prima casistica riguarda il gusto di cloro, senza dubbio quello più frequente, essendo le acque di acquedotto normalmente disinfettate con questo agente chimico, che deve rimanere in piccole tracce sino al rubinetto del consumatore per garantire la potabilità microbiologica.
    Ma il cloro ha anche la caratteristica di interagire con la materia organica normalmente presente nell’acqua per dare origine a sottoprodotti indesiderabili, alcuni dei quali in grado di impartire particolari retrogusti all’acqua anche quando presenti in tracce infinitesimali. È il caso dei clorofenoli, identificabili per la caratteristica percezione di medicinale
    La rimozione di queste sostanze, per migliorare le caratteristiche organolettiche può essere affidata tranquillamente ad un sistema di filtrazione a Carbone Attivo di buona qualità. Il letto filtrante deve essere compatto ed omogeneo e nello stesso tempo prevedere un sistema antibatterico o batteriostatico.

    Gusto di geranio?

    Fra i sottoprodotti dell’acqua di rete che causano alterazioni di gusto reagendo con il cloro troviamo anche le Cloroammine, responsabili di conferire all’acqua un retrogusto che ricorda quello di un geranio.
    Come nella precedente casistica, anche questo problema è comodamente risolvibile con un sistema di filtrazione a Carbone Attivo.

    Gusto di terra o muffa?

    Molto frequente è anche la percezione di un sapore non distante dall’odore di terra o di muffa.
    In questo caso il coloro non c’entra, la responsabilità infatti imputabile ad una sostanza che risponde al nome di geosmina, originata dall’attività di cianobatteri, ovvero dalla presenza di alghe.
    La geosmina si trova più facilmente nelle acque di origine superficiale, che possono appunto assumere il caratteristico sapore di terra e di muffa.
    Anche in questo caso i carboni attivi si rivelano utili allo scopo di rimuovere questa fastidiosa anomalia

    Gusto di uova marce?

    L’odore di uova marce, caratteristico di molte acque termali, si presenta nelle acque sorgive e di falda in cui sono presenti tracce di idrogeno solforato.
    Carbone attivo e cartucce con zeolite di manganese permettono di ovviare al problema in maniera efficace

    Gusto di grasso o trementina?

    Se percepisci un fastidioso retrogusto di grasso o trementina il responsabile è il metil-terziar-butil etere (MTBE), antidetonante aggiunto nelle benzine.
    La sua presenza nell’ambiente è diffusa e persistente, si può trovare sia nelle acque superficiali sia in quelle sotterranee, generando appunto questa particolare alterazione nel sapore dell’acqua di rete.
    Un filtro a carbone attivo granulare GAC associato ad un impianto ad osmosi inversa può porvi rimedio, restituendo all’acqua un sapore accettabile.

    Retrogusto dolciastro?

    Quando l’acqua è particolarmente dolce, amara o salata la colpa è di sali minerali disciolti, presenti ovviamente in quantità consistenti.
    Più nello specifico: il sapore dolciastro è una conseguenza del calcio, attenuabile grazie a resine cationiche o tramite la più performante osmosi inversa.

    Retrogusto amaro?

    Se l’acqua di rete presenta un fastidioso retrogusto amarognolo, la responsabilità è da imputarsi ai sali disciolti in acqua come nella casistica precedente.
    Il metodo per porvi rimedio non varia, diverso è invece l’elemento scatenante, che in questo caso è il magnesio.

    Acqua salata?

    Amaro, dolciastro e ovviamente salato.
    Sono queste le alterazioni di gusto che i sali disciolti in acqua possono conferire alla nostra acqua di rete.
    In questi casi il rimedio più classico ed efficace è l’osmosi inversa.

    IMPORTANTE: qualsiasi sostanza indesiderabile presente nell’acqua in grado di impartire gusti anomali può essere rimossa! Bere acqua buona è possibile, basta scegliere la tecnologia più appropriata!

    Gusto Elemento Soglia di percezione Causa della presenza in acqua Soluzione
    Cloro, medicinale Clorofenoli ppb (µg/L) Interazione del cloro usato come disinfettante con i fenoli presenti nell’acqua Carbone attivo
    Geranio Cloroammine 20 ppb (µg/L) Interazione del cloro usato come disinfettante con la materia organica nell’acqua Carbone attivo
    Terra, muffa Geosmina 2 ppt (ng/L) Presenza di cianobatteri (alghe blu-verdi) e actinobacteria, problematica sensibile nei casi di approvvigionamento da acque superficiali Carbone attivo
    Uova Marce Acido Solfidrico H2S 0,025-0,25 (µg/L) Decomposizione di proteine azotate-processi putrefazione, caratteristica di alcune acque sotterranee Carbone attivo, zeolite di manganese
    Grasso/Trementina MTBE ppb (µg/L) Additivo della benzina come antidetonante, è persistente nell’ambiente, nelle acque superficiali e sotterranee GAC, osmosi inversa
    Dolciastro Calcio mg/L Ione disciolto nell’acqua Resine cationiche, osmosi inversa
    Amaro Magnesio mg/L Ione disciolto nell’acqua Resine cationiche, osmosi inversa
    Salato Cloruri mg/L Ione disciolto nell’acqua Osmosi inversa


    mg/L = milligrammo/litro = parte per milione (ppm);
    g/L = microgrammo/litro = parte per miliardo (ppb);
    ng/L = nanogrammo/litro = parte per 1000 miliardi (ppt)