Autore: fabio

  • L’oggetto misterioso della settimana: Il preforma PET

    L’oggetto misterioso della settimana: Il preforma PET

    L’oggetto misterioso che abbiamo pubblicato la scorsa settimana sulla nostra pagina Facebook è un preforma PET, come molti dei nostri followers hanno suggerito commentando il post.

    Le bottiglie di acqua minerale infatti, così come quelle per le bibite, sono fatte di una particolare plastica, denominata appunto PET (polietilenetereftalato).
    I granuli di PET vengono scaldati a 175-185°C, quindi lavorati per generare le preforma, del colore e spessore desiderati.

    Le preforme vengono quindi stiro-soffiate in appositi stampi alla temperatura di 100-120°C per dare origine alla bottiglia finale.

  • MF80 facile da mantenere: vediamo perchè

    MF80 facile da mantenere: vediamo perchè

    Facile manutenzione per impianto MF80

    Sulla base del fratello minore MF50, abbiamo progettato l’erogatroe MF80 per la ristorazione.
    Da oltre 15 anni svolgiamo il servizio di manutenzione ordinaria e straordinaria sugli impianti nella ristorazione.   Quante volte abbiamo maledetto il progettista, per averci complicato la vita senza motivo.

    Sostiture le ventola

    Provate voi a cambiare una ventola in un impianto sottobanco installato sotto un bancone…..
    Con le nostre MF80 niente di più facile. Si rimuove solo il coperchio, due viti e si estrae dall’alto la ventola compatta.  Solo due viti, la parte in basso si infila a taglio nel suo vano.

    come sostituire la ventola

    Sostituzione della ventola
    Sostituzione della ventola

    Dovete pulire il condensatore con la ventola premente? Niente di più facile, si alza i coperchio e si accede con un tubo o cacciavite direttamente al condensatore (il getto di aria o Co2 a spesso non è sufficiente). Pulire il condensatore è fondamentale per dare lunga vita al circuito frigo.

    Pulizia meccanica condensatore

    Sostituire il pompante

    Senza dover aprire i mantelli laterali, è sufficiente liberare la staffa che regge il motore pompa ed il pompante con due viti. Si estrae verso l’alto e si sostiusce la pompa (sul pompante i raccordi sono in metallo girevoli).

    Sostituzione pompante

    Raccordi metallici girevoli

    Sostituire il termostato e la centralina di controllo livello è un gioco da ragazzi, è sufficiente rimuovere il coperchio:

    Anche il condesantore di marcia si rimuove dall’alto svitando un semplice dado….

    E’ una macchina frutto dell’esperienza di chi da anni lavora nel settore, oltre alla semplicità:

    • La pompa lavora in mandata sulla serpentina dell’acqua frizzante, per evitare depressioni che posso sfilare il raccordo rapido
    • Doppia serpentina per non caricare il rubinetto dell’acqua liscia fredda
    • Circuito frigo con convogliatore di flusso ispezionabile
    • Tubi John Guest

    Dimenticavamo, per rimuovere la lamiera ad U laterale è sufficiente  svitare solo 4 viti dietro e 2 davanti, non abbiamo avuto la cattiveria di metterle sotto, sappiamo bene quanto pesa un banco ghiaccio pieno e come sia impossibile arrivarci sdraiati sulla pedana di un banco bar.

    Sono disponibili i modelli

    MF80 soprabanco
    MF80 sottobanco
    MF80 sottobanco con ricircolo

    Li trovi sul nostro sito nella sezione dedicata:
    Erogatori per la ristorazione

  • I sistemi di filtrazione domestica sono tutti uguali? tu che acqua bevi?

    I sistemi di filtrazione domestica sono tutti uguali? tu che acqua bevi?

    I sistemi di filtrazione domestica sono tutti uguali ?
    L’importanza dell’acqua

    L’acqua è l’alimento fondamentale per l’uomo. Sana, e in quantità è la bevanda che non solo disseta ma contribuisce a regolare l’organismo con molteplici funzioni.

    • Il sudore che evapora sulla nostra pelle serve a regolare la temperatura corporea
    • La diuresi è una funzione fondamentale per eliminare le tossine e le sostanze non più utile all’organismo
    • L’acqua svolge un importante ruolo di trasporto nel corpo  umano dei nutrienti
    • Senza acqua non è possibile la digestione
    • I sali disciolti nell’acqua possono essere importanti se non fondamentali

    Detto questo dobbiamo affermare con forza che ogni organismo umano è un mondo a se, la specie umana composta da una moltitudine di simili non troverà mai un uomo identico ad un altro. Anche nel fabbisogno alimentare e nella nutrizione non è possibile stabilire degli assoluti se non per dire che senza acqua si muore, e questo vale per tutti.

    Ogni uomo deve imparare a conoscersi, per sapere quanto bere

    La quantità d’acqua che assumiamo e la sua qualità varia molto influenzata da tantissimi fattori.
    L’affermazione spesso presente – bere almeno 2 litri al giorno – ha poco senso se presa alla lettera, è importante perché focalizza il tema di bere in maniera sana e sufficiente, ma ha poco fondamento scientifico. L’assunzione dell’acqua avviene attraverso molteplici gesti. Non è solo bevendo che introduciamo acqua nell’organismo. Tantissimi sono gli alimenti che mangiamo che sono ricchi d’acqua. In alcuni casi risulta del tutto evidente, verdura, frutta, yogurt etc… in altri in po meno, ad esempio per ogni Kg di pane che mangiamo ben 300 gr sono acqua.

    Acqua presente nel cibo

    La quantità che assumiamo tutti i giorni varia in funzione del clima, dell’attività svolta, dello stile di vita, dell’alimentazione, dell’età.  Quando vi sono sintomi  di secchezza delle fauci, della pelle, affaticamento dei reni, diuresi faticosa significa che beviamo troppo poco.

    Non basta, le acque non sono tutte uguali

    Le acqua possono essere ricche o pevere di sostanze disciolte, alcune negative ed altre fondamentali per l’organismo, soprattutto quando la loro assunzione avviene solo attraverso l’acqua da bere.
    L’esigenza di utilizzare sistemi di trattamento dell’acqua potabile nasce spesso dalla mancanza di fiducia verso l’acqua che esce dal rubinetto di casa, oppure dalle sue caratteristiche organolettiche non piacevoli. Odore e sapori antipatici, come ad esempio il cloro utilizzato come disinfettante.
    L’acqua potabile è una garanzia legale, ossia sappiamo che vi è un valore limite posto oltre il quale l’acqua è dichiarata non adatta al consumo umano. La qualità legale non coincide con la qualità reale, se il limite di legge per i nitrati è di 50 mg/l non è difficile comprendere che berla a 5, 10 mg/l   è decisamente meglio.
    La composizione dell’acqua di rubinetto presente nel nostro paese varia molto da regione a regione, da comune a comune, persino da quartiere a quartiere.  Vi sono acqua  ricchissime di sali, con durezze elevate, così come vi sono acque estremamente leggere. Acqua con una presenza significativa di Nitrati (ad esempio zona Nord di Milano) oppure acque senza rischio alcuno.

    Osmosi o microfiltrazione?

    Per poter rispondere serve sapere come funzionano i due sistemi di filtrazione maggiormente diffusi nel nostro paese.
    L’osmosi inversa è un processo chimico fisico per il quale l’acqua di rete viene separata in due distinte tipologie, una ricca di sali, lo scarto, ed una leggera, il permeato. La percentuale tra scarto e permeato dipende da scelte tecniche, generalmente l’acqua osmotizzata contiene tra il 15% e il 10% della quantità di sali disciolti nell’acqua in ingresso. Il sistema osmotico non è selettivo, rimuove la totalità dei sali e delle sostanza presenti senza far distinzione tra sostanze nocive, innocue o utili.
    Quasi tutti gli impianti sono provvisti di una valvola di regolazione per miscelare l’acqua osmotizzata con l’acqua di rete.  Viene utilizzata dove non ha senso scendere troppo il contenuto salino
    L’utilizzo di un impianto ad osmosi inversa è indicato dove l’acqua di rete presenta sostanze nocive che non possono essere eliminate con la microfiltrazione, ad esempio i PFAS oppure dove l’acqua ha un contenuto salino molto elvato, ad esempio oltre i 30-35 gradi francesi.
    Microfiltrazione è un sistema chimico fisico basato principalmente sull’adsorbimento delle sostanze nocive su di un letto di carbone attivo, il tutto associato da un filtro meccanico a maglia micrometrica. Spesso lo troviamo associato a debatterizzatori UV – quando i filtri non sono argentizzati- per avere la garanzia che l’acqua in uscita sia priva di carica batterica.
    La microfiltrazione non modifica il contenuto salino, rimuove il cloro e le sue sostanze (compresi i sottoprodotti di disinfezione) e migliora le caratteristiche organolettiche.
    L’utilizzo di un impianto di microfiltrazione è indicato dove l’acqua di rete non presenta criticità particolari e dove l’acqua ha un contenuto salino non eccessivo.

    A ciascuno la sua acqua

    Bere non solo disseta, è importante per introdurre o meno nell’organismo i sali minerali che influenzano marcata la nostra salute.

    Dimigrarire con l’acqua. A parte le stupide reclam che parlano di acqua che fa dimagrire, è vero che in fase di dieta è necessario stimolare la diuresi, questo per elimanre le scorie presenti nel nostro organismo. Le acque leggere hanno la capcità di stimolare il lavoro dei nostri reni. Le acque osmotizzate povere di sali sono quindi indicate.

    I calcoli renali. E’ da sfatare completamente il sillogismo che associa l’assunzione di acque ricche di carbonati di calcio o comunque ricche di sali all’insorgere di patologie di calcolosi. Anzi alcuni studi tendono a mostrare l’influenza positiva della presenza dei sali minerali contro l’insorgere dei calcoli.
    Bere poco è una delle cattive abitudini che influenzano la formazione di calcoli renali. L’acqua leggere induce alla diuresi e quindi a bere di più. Quindi Micorfiltrazione se si è già abituati e bere il giusto, Osmosi se si beve poco.

    Ipertensione. Il sodio è una delle cause dell’aumento della pressione. Sotto indicazione medica può essere necessaria una dieta iposodica. In questi casi se è presente un addolcitore per migliorare l’acqua di rete è importante associarvi un impianto ad osmosi inversa. L’alta pressione è causa di affaticamento del nostro muscolo principale, il cuore; e causa di ischemia. Va detto ben chiaro che l’ipertensione è una patologia grave e non si risolve con un fai da te casalingo

    Osteoporosi. La mancanza di calcio è una patologia grave, non dipende solo dall’alimentazione, ma la carenza di calcio fa la sua parte. Bere acqua povera di calcio aumenta l’incidenza di questa patolgia.

    Gli sportivi. Anni fa imperava la moda di bere integratori salini dopo ore di sport. Una moda più e poco più. Dopo una intensa attività sportiva assumere acqua ha lo scopo di reintegrare l’acqua smaltita attraverso il sudore e nello stesso tempo favorire una diuresi che elimini l’acido lattico. Bere acqua ricca o ricchissima di sali blocca la diuresi e NON introduce sali minerali se non in minima parte. Dopo l’attività sportiva è bene bere acqua leggera, se l’acqua di rete è ricca di sali un impianto ad osmosi è indicato.

    La disgestione. Bere aiuta la digestione, per chi soffre di acidità di stomaco è meglio utilizzare acque ricche si sali, soprattutto con carbonati. L’acqua leggera non è il massimo. Anche se non si tratta di un trattamento è da sfatare il mito dell’acqua frizzante che crea acidità e gonfiore di stomaco. Anzi sembrerebbe il contrario.

    Questi sono solo alcuni spunti di riflessione per scegliere un impianto di trattamento dell’acqua di casa. Migliorarne le caratterisitche organolettiche ed intervenire dove necessario è sicuramente un aspetto importante della nostra alimentazione e della nostra vita

  • News 01 2015 Check list comunicazione al cliente

    Check List sulle comunicazioni fondamentali al cliente finale per gli impianti di trattamento dell’acqua potabile

    Manuale di istruzione con sezioni distinte Conduzione e Manutenzione dell’apparecchiatura SI NO
    Informazioni sui principi di funzionamento dell’apparecchiatura
    Informazioni sulle prestazioni dichiarate dell’apparecchiatura
    Informazioni sui protocolli di analisi chimico – biologico e fisico utilizzati per definire le prestazioni  dell’apparecchiatura
    Informazioni su potenziali rischi per la salute del consumatore
    Informazioni su rischi che pregiudicano la sicurezza dell’apparecchiatura
    Informazioni sul montaggio, installazione e collaudo dell’apparecchiatura, a garanzia della sicurezza  tecnica ed igienico sanitaria
    Indicazioni chiare sulla conduzione e utilizzo dell’apparecchiatura
    Indicazioni precise su quando operare la sostituzioni delle parti di consumo o richiedere assistenza  tecnica
    Indicazioni sullo smaltimento delle parti di consumo
    Dicitura “questo apparecchio necessita di una regolare manutenzione periodica al fine di garantire i  requisiti di potabilità dell’acqua  potabile trattata e del mantenimento dei  miglioramenti come dichiarati  dal produttore”
    Presenza marchio CE (dove necessario)
    Dichiarazione di conformità DM 174/2004, DL 31/2001 sm, Rohs etc..
    Dichiarazioni di conformità installazione secondo DM 37/08

    Genova, gennaio 2015

  • News 02 2015 Cromo e acqua potabile

    CROMO: aspetti tossicologici e presenza nelle acque

    La tossicità

    Ruolo e presenza nell’organismo

    Come per altri metalli (ferro, rame, manganese, nichel, ecc) anche la presenza di cromo nell’organismo è considerata essenziale, essendo questo elemento indispensabile per alcuni processi metabolici. In quanto elemento necessario alla vita la sua presenza nell’organismo deve essere assicurata da un adeguato apporto di nutrienti[1]. Prima di analizzare il ruolo che questo elemento, in termini di biodisponibilità, carenze ed eccessi ha nell’organismo umano, è importante precisarne i diversi significati fisiologici delle differenti forme ioniche con cui comunemente si trova: quella bivalente Cr(II) (cromoso) che è basico, quella trivalente Cr(III) (cromico) che è anfotero e quellaesavalente Cr(VI) (cromato) che è acido. Tra i diversi stati di ossidazione quello con cui si presenta più frequentemente in natura è il trivalente, più stabile e quindi più diffuso e meno pericoloso (in questa forma è negli alimenti), a differenza della forma esavalente altamente tossica e di origine antropica. La forma bivalente è poco diffusa perché essendo un forte riducente viene rapidamente ossidata al più stabile stato Cr(III), sia dall’ossigeno dell’aria sia dalla stessa acqua in ambiente acido.
    La differente tossicità deriva quindi da meccanismi cellulari che discriminano le forme trivalente ed esavalente: il Cr(III) non è in grado di superare in quantità significative le membrane cellulari, mentre il Cr(VI) viene trasportato attivamente all’interno delle cellule attraverso i canali anionici, prevalentemente come ione cromato (CrO42-), dove viene rapidamente ridotto generando numerose alterazioni molecolari e strutturali (vedi fig.1)[2].

    Cromo assunzione

    Fig.1 meccanismo di tossicità del Cr(VI) a livello cellulare

    Benchè le normative in vigore per le acque destinate al consumo umano e le acque minerali naturali non facciano particolari distinzioni tra le due forme ioniche, dando generalmente indicazioni solo sulla concentrazione massima ammissibile per il cromo totale (50 microg/L), è sicuramente la forma esavalente la più impattante sulla salute umana e pertanto è quella a cui si deve porre maggiore attenzione. Questo aspetto viene contemplato dalla normativa ambientale (vedi paragrafo “Il cromo nelle acque: presenza e tecniche di rimozione”), la quale prevede oltre alla concentrazione massima di cromo totale nelle acque sotterranee, anche quella per il cromo esavalente.
    Il cromo esavalente è considerato altamente tossico e, sulla base di evidenze sperimentali ed epidemiologiche è stato classificato dalla IARC (International Agency for Research on Cancer) come cancerogeno accertato per l’uomo (classe I).
    L’apparato respiratorio rappresenta il principale bersaglio dell’azione tossica e cancerogena del Cr(VI); l’esposizione professionale, acuta e cronica, avviene soprattutto per assorbimento mediante inalazione. È stato dimostrato che l’esposizione a Cr(VI) è una delle possibili cause di tumore al polmone. L’ingestione sarebbe invece meno critica in quanto stomaco ed intestino hanno un’alta capacità riducente.
    L’assorbimento del cromo è favorito dalla presenza di aminoacidi, acido ascorbico, ossalato e amido mentre viene contrastato dagli zuccheri semplici (glucosio, fruttosio, saccarosio) e dai fitati; in ogni dopo l’assorbimento, che avviene in ogni caso in quantità molto modeste (0,5-2%), si distribuisce nell’organismo non avendo alcun organo o tessuto specifico funzionante da deposito.
    In dietetica il Cr(III) ha assunto un notevole interesse in quanto interviene, favorendoli, i processi di dimagrimento attraverso vari processi: la regolarizzazione dei livelli di zucchero nel sangue, un calo del senso di fame, lo stimolo dell’attività metabolica, il potenziamento della funzione dell’insulina, alterazione del metabolismo dei carboidrati, delle proteine e dei grassi, aspetti questi che concorrono nel favorire la tonicità e l’aumento della massa muscolare ed il contemporaneo smaltimento dell’adipe accumulato nel corpo.
    La carenza cronica di questo oligoelemento provoca squilibri nel metabolismo che, tendenzialmente, diventa più lento e per questo favorisce l’incremento del peso corporeo; gli zuccheri ingeriti trovano una maggior difficoltà nell’utilizzo e per questo vengono in gran parte accantonati come riserva con un ulteriore aumento del rischio di sovrappeso.
    Nel nostro organismo sono presenti circa 6 mg di cromo.

    Le fonti di assorbimento

    Come per ogni elemento le fonti di assorbimento sono molteplici, generalmente una combinazione tra gli apporti provenienti dall’ambiente, dagli alimenti e dall’acqua.

    Ambiente

    Il cromo è un elemento ubiquitario in natura, generalmente presente nella forma trivalente ed in forma minore in quella esavalente, quest’ultima quasi totalmente derivata da attività antropiche. Seppur presente principalmente nelle rocce basiche il cromo risulta essere diffuso su tutta la crosta terrestre con concentrazioni comprese tra 80 e 200 ppm, a seconda della localizzazione geografica. Altre sorgenti naturali di cromo sono le emissioni vulcaniche ed il ciclo biologico: i grandi incendi di foreste e le eruzioni vulcaniche sono in grado di modificare la concentrazione di cromo nell’aria.
    Anche alcuni processi industriali concorrono all’immissione nell’ambiente di cromo. Le centrali a carbone, a olio combustibile e i termovalorizzatori lo rilasciano in atmosfera, anche se i moderni impianti sono dotati di efficienti sistemi di filtrazione che consentono di contenere moltissimo l’inquinamento. A livello industriale i cromocomposti intervengono in vari processi di sintesi organica, nei reagenti per analisi, nella preparazione di farmaci, adesivi, inchiostri, vernici, nelle concerie e nell’industria metallurgica delle leghe dove il processo di cromatura viene applicato per fini decorativi e miglioramento della resistenza alla corrosione.

    Alimenti
    Gli alimenti che contengono la maggior concentrazione di cromo sono le nocciole, il tuorlo dell’uovo, alcune carni, i vegetali ed i formaggi. L’apporto con la dieta può essere significativo e generalmente è sufficiente a coprire i 33 microg/die, che si ritiene siano l’apporto minimo necessario per soddisfare le normali esigenze fisiologiche, di contro si conviene che non sia opportuno superare il quantitativo complessivo di 250 microg/die[3]. Di seguito una tabella con le concentrazioni in alcuni generi alimentari[4]:

    Alimento Contenuto di cromo (µg/100 g)
     Cozze 128
    Noci del brasile 100
    Ostriche 57
    Datteri (essiccati) 29
    Pere 27
    Gamberetti 26
    Farina integrale 21
    Pomodori 20
    Funghi 17
    Broccoli 16
    Orzo (integrale) 13
    Nocciole 12
    Braciola di maiale 10
    Mais (integrale) 9
    Tuorlo 6
    Manzo 3
    Aringhe 2

    Tab.1 presenza di cromo in alcun i generi alimentari

    Anche le acque possono essere una fonte di cromo; in questi casi esso può avere origine antropica (ad es. attività dell’industria galvanica) e naturale, le acque di falda si possono infatti arricchire di questo metallo durante l’attraversamento di rocce composte di silicati ferro-magnesiaci, peraltro scarsamente solubili.

    Il CROMO nelle acque: presenza e tecniche di rimozione

    Il cromo nelle acque provenienti dall’acquedotto è generalmente presente con concentrazioni modeste e non rappresenta un problema per la salute umana. Le fonti di approvvigionamento non superano normalmente le concentrazioni di alcuni microg/L a parte quelle in aree interessate da specifiche attività industriali, che non dovrebbero però essere utilizzate come fonti idropotabili. Il D.Lgs 152/06[5] in merito alla qualità delle acque sotterranee specifica che il valore di cromo totale ammesso è 50 microg/L, dei quali però solo 5 microg/L possono essere di Cr(VI).
    La situazione peggiora ed è sicuramente più grave nel tratto domestico, dove la principale fonte di contaminazione va ricercata nella superficie cromata di rubinetti, valvole e raccordi metallici utilizzati nel tratto interno della tubazione.
    Molteplici sono i fattori che concorrono nel rilascio di materiali metallici da parte delle condutture: la composizione e le proprietà superficiali del materiale; il numero delle connessioni e delle installazioni; il rapporto superficie/volume; la disposizione nel sistema di distribuzione; le caratteristiche chimico-fisiche dell’acqua; la velocità di flusso. Il pH e l’alcalinità sono i fattori che influenzano maggiormente la corrosione e il rilascio di elementi dai materiali che compongono i sistemi di distribuzione.
    In ogni caso la presenza di ioni metallici in acqua è sempre correlata al suo tempo di residenza nelle tubazioni, infatti nelle acque che ristagnano per un lungo periodo nelle condutture (dopo giorni di vacanza o più semplicemente dopo una notte) le concentrazione di metalli pesanti risultano essere molto elevati, spesso fuori limite (è buona norma quindi scartare sempre la “prima” acqua facendone scorrere un poco prima dell’utilizzo). Un’importante indagine in merito è stata svolta dall’ISS[6], con l’analisi (sono stati monitorati i parametri ferro, cromo, nichel, piombo, rame e zinco) di 6.000 campioni presso 3.800 utenze tra pubbliche e private, che ha permesso di costituire un’importante banca dati nazionale sulla cessione di metalli in reti di adduzione e distribuzione di acque destinate al consumo umano.
    Per quanto riguarda le acque minerali il problema del cromo sostanzialmente non sussiste. Il limite di concentrazione è pari a quello per le acque destinate al consumo umano, ovvero 50 microg/L, ma la presenza di questo elemento è generalmente molto modesta. Una recente indagine[7] su 105 marche prese in esame (oltre 1/3 di quelle in commercio) ha evidenziato come per il cromo solo il 5% dei campioni presenta valori superiori al limite di rilevabilità (da collocarsi tra 0,5 e 2 microg/L in relazione al metodo di analisi impiegato) e tra queste solo tre marche presentano valori che, pur essendo ampiamente dentro i limiti di legge, sono degni di nota in quanto compresi tra 9 e 19 microg/L. Una considerazione particolare va allo storico stabilimento di imbottigliamento di Castelletto d’Orba (AL), (attualmente chiuso) per il cui marchio Sorgente Sovrana veniva riportato in etichetta (vedi Fig.2) un valore di Cr(VI) pari a 0,025 mg/L (25 microg/L), per il quale può essere interessante fare almeno un paio di riflessioni: 1) la concentrazione rientra nel valore di cromo totale, ma nello specifico del Cr(VI) la soglia prevista dalle norme ambientali è di 5 microg/L. Aspetti ambientali e sanitari possono in linea di principio essere trattati con due pesi diversi ma questo del cromo rimane un paradosso normativo, una contraddizione nota da tempo a livello ministeriale su cui si sta attualmente lavorando; 2) non si capisce per quale ragione commerciale il produttore abbia deciso di riportare in etichetta questo parametro, non essendo richiesto dalle norme del settore in quanto elemento non caratterizzante (in traccia).

    etichetta acqua con cromo

    Fig.2 etichetta dell’acqua minerale Sorgente Sovrana

    Esistono diverse tecniche per l’abbattimento del cromo.

    In ambito acquedottistico/industriale il metodo convenzionalmente usato per la riduzione  del cromo  esavalente  è  la reazione  con  agenti  riducenti, generalmente solfato di  ferro. Il processo complessivo prevede la reazione di riduzione del Cr(VI) in ambiente acido ed una successiva fase di neutralizzazione dove  si  ha  la  formazione dell’idrossido di cromo insolubile che può essere facilmente rimosso con filtrazione. Le caratteristiche di questo tipo di trattamento sono l’elevata efficacia, il basso costo di trattamento e la semplicità di conduzione del processo, non ci sono sostanzialmente effetti collaterali a parte l’attenzione richiesta al controllo analitico dei reagenti aggiunti. La città di Brescia per esempio ha risolto il problema del cromo presente nella risorsa idropotabile sotterranea utilizzata grazie a questo tipo di tecnologia.
    Un’alternativa è offerta dall’utilizzo di resine a scambio ionico, in particolare resine anioniche per la riduzione del Cr(VI) e resine cationiche per il Cr(III). L’efficacia di questa tecnica, che dipende dal pH, dalla presenza di altre specie ioniche e dalla temperatura, è elevata anche se si ha l’inevitabile effetto collaterale della rimozione di altri ioni e, quindi, di un’alterazione significativa delle caratteristiche di composizione dell’acqua.

    In ambito domestico le tecniche prima descritte, soprattutto quella basata sulla coagulazione/filtrazione, non trovano applicazione a causa delle difficoltà gestionali richieste in termini di spazi e tempi. La riduzione della concentrazione di cromo presente nell’acqua del rubinetto può aver luogo con l’impiego di tecnologie compatte, di semplice e immediato utilizzo e che non richiedono l’uso di reagenti.
    Osmosi inversa – si può ridurre del 95% il cromo presente nell’acqua, con la controindicazione di avere una rimozione generalizzata della salinità;
    Caraffe filtranti – presentano una certa efficacia nel ridurre la concentrazione di metalli pesanti grazie alla presenza di resine cationiche; nel caso specifico del cromo la riduzione è modesta aggirandosi intorno al 35%.
    Carbone attivato e KDF – l’adsorbimento su carbone attivato, da solo, non è in grado di fornire risultati soddisfacenti nella riduzione di metalli pesanti e quindi nemmeno del cromo. Esistono soluzioni interessanti che prevedono l’aggiunta di un composto rame-zinco che agisce sfruttando reazioni di ossidoriduzione (redox), si tratta del mezzo filtrante noto come KDF (Kinetic Degradation Fluxion), efficace nella rimozione di metalli pesanti e con proprietà batteriostatiche. Esistono in commercio mescole di carbone attivo + KDF in comode cartucce filtranti intercambiabili molto efficienti.

    Ricordiamo che nel caso di vendita al consumatore finale, gli impianti, quale essa sia la tecnologia applicata, devono essere corredati della documentazione che descriva funzionamento, efficacia, manutenzione, rischi e limiti applicazione.  I valori indicati nella documentazione devono essere supportati da analisi di laboratorio e non possono fare riferimento a generiche pubblicazioni scientifiche (ad esempio questa)

    Limiti di concentrazione

    La seguente tabella riporta i limiti di concentrazione previsti da alcuni importanti riferimenti normativi nazionali ed internazionali:

    OMS[8] 50 μg/L
    EPA[9] 0,10 mg/L
    Direttiva 98/83[10] 50 μg/L
    D.Lgs 31/2001[11] 50 μg/L
    D.M. 29 dicembre 2003[12] 50 μg/L
    D.Lgs 152/2006[13] 50 μg/L (5 mg/L per il Cr(VI))

    Gennaio 2015


    [1] Berbenni Paolo: Significato ed importanza dei parametri chimici. XIII Corso di Aggiornamento in Ingegneria Sanitaria Ambientale – Potabilizzazione delle acque, qualità ed interventi gestionali. Milano 13-17 febbraio 1995
    [2] Documento ISPELS , n°4/2008
    [3] Gli oligoelementi nella nutrizione e nella salute dell’uomo – WHO 1996
    [4] Food Composition and Nutrition Tables, 7th revised and completed edition, Ed. SW Souci, W Fachmann, H Kraut.Wissenschaftliche Verlagsgesellschaft mbH, Stuttgart, 2008.
    [5] Decreto Legislativo 3 aprile 2006, n.152 “Norme in materia ambientale”
    [6] Veschetti E, Achene L, Lucentini L, Ferretti E, Citti G, Ottaviani M. Cessione di elementi dalle reti acquedottistiche nell’acqua destinata al consumo umano: evidenze sperimentali per modelli gestionali innovativi di controllo igienico-sanitario. Roma: Istituto Superiore di Sanità; 2009 (Rapporti ISTISAN 09/34).
    [7] Elaborazioni effettuate nel 2014 da Giorgio Temporelli e Francesco Mantelli su banche dati ARPAT e Fondazione AMGA
    [8] Organizzazione Mondiale della Sanità
    [9] Agenzia per la Protezione Ambientale Americana
    [10] Direttiva Europea riguardante la qualità delle acque destinate al consumo umano
    [11] Decreto Legislativo nazionale, recepimento della Direttiva Europea 98/83
    [12] Decreto Ministeriale riguardante la qualità delle acque minerali naturali
    [13] Decreto Legislativo 3 aprile 2006, n.152 “Norme in materia ambientale”

  • News 04 2015 Efficacia Perossido di Idrogeno per la sanificazione

    L’utilizzo di perossido di idrogeno nella sanificazione di impianti di trattamento dell’acqua potabile

    Acqua ossigenata, H2O2, ossia perossido di idrogeno nella corretta nomenclatura chimica.
    E’ un ottimo prodotto per la sanificazione antibatterica degli impianti di trattamento dell’acqua potabile.
    La manutenzione periodica di un impianto di trattamento dell’acqua potabile prevede, oltre alla sostituzione delle parti di consumo, due fasi importanti, la detersione e la sanificazione.
    Con detersione si intende la rimozione degli eventuali depositi che si sono formati nel tempo nei condotti, ad esempio calcare o biofilm, mentre con sanificazione si intende la distruzione di eventuale colonie di microrganismi, siano essi batteri, spore alghe o virus.
    Il perossido di idrogeno trova largo impiego nella fase di sanificazione per il suo forte potere ossidante.
    Il suo potenziale di ossidazione è superiore al biossido di cloro e leggermente inferiore all’Ozono
    Una concentrazione del 3 % è in grado  di rimuovere il 99, 8% dei  batteri, (anche quelli più resistenti come la Pseudomonas Aeuriginosa)  con un tempo di contatto di 10 minuti.  Scarsa è invece la sua azione contro i Virus

    Punti di forza

    • Forte efficacia nella distruzione di colonie batteriche
    • Buona capacità detergente sul biofilm
    • Basso potere corrosivo (a differenza dell’acido peracetico o dei cloroattivi)
    • Assenza di sottoprodotti
    • Facile manipolazione (l’acido peracetico può sviluppare gas tossici e anche esplosivi)
    • Facile reperimento sul mercato

    Punti critici

    • Tempo medio di contatto superiore agli altri prodotti (acido peracetico, biossido di cloro)
    • Influenza del pH e della temperatura dell’acqua (basso pH e bassa Temperatura ne diminuiscono l’efficacia)
    • Scarsa efficacia sui virus

    Dove reperire e come utilizzare il perossido di idrogeno

    Sul mercato è facile trovare l’acqua ossigenata, viene posta in commercio in soluzione per limitare i rischi nel trasporto.  Le soluzioni sono generalmente espresse in Volumi.
    Il perossido di idrogeno a 10 volumi equivale circa ad  una concentrazione del 3%
    Le confezioni presenti in farmacia a 24 volumi equivalgono circa ad una  7,2%
    In commercio si trovano confezioni a 136 volumi, ossia 45%.

    Modo di impiego

    Versare   100 cc ( mezzo bicchiere da cucina ) di perossido di idrogeno a 136 volumii in un litro d’acqua, si otinene una soluzione superiore al 4% sufficiente per sanificare con efficacia.  saturare i condotti e attendere circa  10 minuti.  Quindi procedere al risciaquo con alemnto 7 litri per condotto
    Sul nostro sito è disponibilie  in vendita  vedi scheda prodotto

  • Sottoprodotti di disinfezione e acqua potabile

    TRIALOMETANI E CLORITO: aspetti tossicologici e presenza nelle acque

    L’importanza della disinfezione

    Le malattie infettive provocate da batteri, virus, protozoi patogeni e da parassiti costituiscono ancora il più comune e diffuso rischio per la salute associato al consumo di acqua da bere. Questa problematica, praticamente inesistente oggi nei paesi industrializzati, rappresenta la prima causa di malattia e di morte in molte zone del mondo. Recenti dati (WHO, 2012) evidenziano la gravità della situazione: oggi al mondo circa 800 milioni le persone vivono senza acqua potabile e sono oltre 3 milioni quelle che, nei Paesi in via di che sviluppo, muoiono per malattie indotte dal consumo di acqua non potabile o indotte dall’inefficienza o l’assenza della rete fognaria.

    Fig.1 Mappatura delle aree del pianeta con differente disponibilità di acqua potabile [1]

    Nelle acque superficiali la contaminazione microbica è praticamente sempre presente, anche nelle acque sotterranee, seppur più protette dall’ambiente esterno, possono essere presenti batteri patogeni, derivanti da infiltrazioni di varia natura (es. scarichi fognari). Spesso il terreno non costituisce una barriera sufficientemente protettiva per le acque che si trovano nel sottosuolo, e anche molte sorgenti di montagna apparentemente di ottima qualità ma non sufficientemente protette possono presentare inquinamenti prodotti dall’ambiente esterno, infatti in natura un’acqua sicura dal punto di vista microbiologico è una risorsa rara. La scoperta delle cause delle problematiche igieniche legate all’acqua è storia recente, si risale al XIX secolo e più precisamente al 1854 quando in Inghilterra, il medico John Snow evidenziò per la prima volta il rischio di infezioni alla qualità microbiologica delle acque. Con i lavori di Pasteur, Koch, Lister, Semmelweiss e altri studiosi si sviluppò il concetto di inquinamento microbiologico e con esso la presa di coscienza delle modalità di sviluppo di molte malattie contagiose. In quegli anni nacquero le prime tecniche di potabilizzazione. Il cloro fu utilizzato per la prima volta come agente disinfettante dell’acqua destinata all’uso potabile nel 1896, a Louisville (USA), in abbinamento ad un trattamento di filtrazione lenta su sabbia.

    La formazione di sottoprodotti

    Dalla fine del XIX secolo vennero messe in pratica diverse tecniche di potabilizzazione e utilizzati vari tipi di disinfettanti (anche se quelli a base di cloro sono sempre stati e sono tuttora i più diffusi), ognuno con diverse caratteristiche ed efficacia. Bisognerà arrivare al 1974 per accorgersi che le acque sottoposte a trattamento di clorazione contengono alcune sostanze estranee: i sottoprodotti della disinfezione, tecnicamente denominati DBPs (Disinfection By Products)[2]. Da quel momento ad oggi gli studi per la ricerca dei sottoprodotti nelle acque hanno permesso di identificarne un numero elevatissimo, oltre 600 (soltanto il cloro è in grado di formarne centinaia), delle quali tuttavia circa il 70% rimane indeterminato[3].

    Fig.2 Suddivisione dei DBPs in classi

     

    I fattori che influenzano la formazione di sottoprodotti sono molteplici, i principali:

    • la natura dell’acqua da trattare, in particolare la concentrazione di materia organica
    • il tipo e la dose di disinfettante utilizzato
    • il tempo di contatto del disinfettante
    • la temperatura dell’acqua
    • il valore del pH

    Ogni disinfettante causa la formazione di sottoprodotti, nella seguente tabella 1 si riportano i principali:

    Disinfettante Sottoprodotti di natura organoalogenici Sottoprodotti di natura inorganica Sottoprodotti di natura non alogenica
    cloro (Cl2)
    acido ipocloroso (HOCl)
    Trialometani, acidi acetici alogenici, aloacetonitrili, cloro idrato, cloropicrina, clorofenoli, N-clorammine, alofuranoni, bromoidrine clorato Aldeidi, acidi alcanici, acidi carbossilici
    biossido di cloro – clorito e clorato –
    clorammine aloacetonitrili, cianoclorina, cloro ammine organiche, cloroidrati, alochetoni nitrito, nitrato, clorato, idrazina aldeidi, chetoni
    ozono bromoformio, monobromina acido acetico, dibromina acido acetico, dibromina acetone, ciano bromina clorato, iodato, bromato, perossido di idrogeno, acido ipobromoso, epossi, ozonati aldeidi, chetoni, chetoacidi, acidi carbossidilici

    Tab.1 Sottoprodotti generati da vari disinfettanti

     

    In Italia il cloro e i prodotti a base di cloro sono sicuramente i disinfettanti più utilizzati in ambito acquedottistico; uno studio[4] evidenzia le seguenti percentuali: sodio ipoclorito(NaClO) (57%), biossido di cloro(ClO2) (33%), ozono(O3) (3%), UV (3%), cloro gas(Cl2) (2%), calcio ipoclorito(Ca(ClO)2) (1%), permanganato di potassio(KMnO4) (1%). Negli ultimi anni c’è stata una progressiva sostituzione del biossido di cloro con l’ipoclorito di sodio, gli ultravioletti hanno preso più campo mentre il cloro gas è praticamente scomparso dall’ambito acquedottistico; il permanganato di potassio viene ancora usato come ossidante, così come l’ozono ma in maniera contenuta, mentre le cloroammine non vengono praticamente utilizzate nel nostro Paese.

    I sottoprodotti generati dagli ipocloriti e dal biossido di cloro

    Tralasciamo quindi l’azione e gli effetti dell’ozono, del permanganato di potassio, delle clorammine e degli UV, per concentraci sui meccanismi di disinfezione degli ipocloriti e del biossido, tra i cui principali sottoprodotti ci sono i trialometani (THMs) e il clorito, normati dalla legislazione nazionale. La famiglia dei trialometani comprende un folto numero di sostanze, tra le quali le principali sono quattro: cloroformio, bromoformio, clorodibromometano e bromodiclorometano.

    Gli ipocloriti, siano essi di sodio (di gran lunga più usati) o di calcio, hanno la caratteristica di generare in acqua l’acido ipocloroso che ha un forte potere disinfettante (molto influenzato dal pH), ma interagendo con la materia organica naturalmente presente nell’acqua (o apportata da agenti esterni come ad esempio i bagnanti nelle piscine), genera i trialometani.

    Il biossido di cloro (generato per reazione in situ tra clorito di sodio e acido cloridrico) invece non interagisce con la materia organica ma per dismutazione si generano cloriti e clorati.

    NaClO + H2O ↔ HClO + NaOH chimica dell’ipoclorito di sodio in acqua
    Ca(ClO)2 + H2O ↔ 2HClO + Ca(OH)2 chimica dell’ipoclorito di calcio in acqua
    5NaClO2 + 4HCl = 4ClO2 + 5NaCl + 2H2O reazione per la sintesi del biossido di cloro
    2ClO2 + 2OH– → H2O + ClO2– + ClO3– chimica del biossido di cloro in acqua

    Il clorito[5] è comparso nelle acque di acquedotto quando si è deciso di sostituire il sodio ipoclorito con il biossido di cloro negli impianti di disinfezione e postclorazione. Il diossido di cloro subisce spontaneamente (per la parte che non reagisce con gli inquinanti batterici) una decomposizione chimica, detta dismutazione, che porta necessariamente alla formazione dello ione clorito, che quindi è un inquinante “obbligato”. Nonostante il clorito sia una sostanza nota ormai da alcuni decenni, la sua comparsa più recente rispetto ai ben noti trialometani gli è valso l’appellativo di inquinante emergente[6].

    La tossicità[7]

    I THMs e il clorito sono sostanze tossiche, tutti gli studi lo hanno provato. Gli studi sugli animali (test di tossicità acuta, subacuta, cronica e di cancerogenesi) e i test di mutagenicità (su microrganismi, cellule e organismi) hanno evidenziato vari livelli di tossicità per le singole sostanze; anche gli studi epidemiologici condotti sulla popolazione hanno sempre mostrato la correlazione tra l’insorgenza di patologie e l’assunzione prolungata di acqua clorata, ma in questi casi le valutazioni sono più complesse in quanto l’acqua che beviamo non contiene mai un unico specifico sottoprodotto bensì un mix di queste sostanze. Ad oggi gli studi hanno dimostrato[8] che esiste un rapporto tra l’assunzione di sottoprodotti clorurati nell’acqua potabile e l’insorgere di cancro alla prostata, all’intestino e al retto. Altri studi hanno evidenziato un’associazione tra esposizione ai sottoprodotti della disinfezione e disturbi alla nascita, in particolare al cuore, al sistema respiratorio e al tratto urinario dei neonati. Il consumo di acque disinfettate con biossido di cloro ha evidenziato effetti sulla salute dei neonati, con un significativo aumento di nascite premature e peso inferiore alla media.

    Nonostante questi dati possano sembrare allarmanti, va precisato che l’alternativa, ovvero il non disinfettare l’acqua, è ben più pericolosa e non praticabile.

    L’utilizzo di un disinfettante rispetto ad un altro dipende dall’impiego che se ne deve fare, dai volumi in gioco, ovvero dall’economia di scala e dal tipo di acqua da trattare. In linea di principio il migliore disinfettante è quello che coniuga il più elevato potere germicida alla minore formazione di sottoprodotti, considerando anche l’alterazione organolettica prodotta. Seppure non esista un agente disinfettante che allo stesso tempo sia efficace e non generi controindicazioni in termini di sottoprodotti o alterazione del gusto, non si deve credere che sia meglio non trattare l’acqua: l’Organizzazione Mondiale della Sanità è chiara in merito, affermando che il rischio per la salute associato ad un possibile inquinamento microbiologico è ben maggiore rispetto a quello di bere acqua contenente tracce di sottoprodotti della disinfezione (per i quali sono stabiliti limiti di concentrazione[9].

    Fig.3: La disinfezione delle acque: un compromesso tra sicurezza microbiologica e rischio chimico indotto dai sottoprodotti

     

    THMs e clorito nelle acque: presenza e tecniche di rimozione

    A differenza di quanto avviene per la maggior parte degli inquinanti, siano essi di origine naturale o di natura antropica, che possono trovarsi negli alimenti e quindi essere assunti quotidianamente con la normale assunzione dei cibi, ma anche attraverso l’aria che respiriamo, i trialometani e il clorito sono sostanze che si generano dalla disinfezione dell’acqua rispettivamente con gli ipocloriti e il biossido di cloro, pertanto è l’acqua così trattata l’unica fonte di assorbimento per queste sostanze tossiche.

     

    Il migliore tecnica per contenere la formazione dei sottoprodotti è la prevenzione, che consiste nella rimozione dall’acqua della maggior quantità possibile di materia organica prima di applicare la disinfezione. Questo accorgimento va applicato in ambito acquedottistico. Oltre ai classici metodi chimico-fisici impiegati negli impianti di potabilizzazione alcuni gestori hanno trovato vantaggi dall’utilizzo di tecniche di micro-ultra e nanofiItrazione: un miglioramento del livello igienico-sanitario grazie alla rimozione dei precursori senza l’aggiunta di prodotti chimici.

    I filtri a carbone attivo rimuovono i sottoprodotti della clorazione, quindi come trattamento finale di potabilizzazione migliorano la qualità dell’acqua, ma l’azione del disinfettante prosegue anche dopo l’impianto: la cloro copertura assicura la sicurezza microbiologica sino al punto di consegna, ma l’aumento di sottoprodotti nel tratto che separa l’acquedotto dal punto d’uso è inevitabile.

    I sistemi di trattamento domestico applicati al punto d’uso rappresentano quindi la migliore soluzione per la problematica dei sottoprodotti della disinfezione. Risultano efficaci le tecnologie di separazione a membrana ma anche i più semplici filtri a cartuccia contenenti carbone attivo, comprese le caraffe filtranti.

    Un’ultima considerazione per quanto riguarda la preparazione di cibi e bibite. In cucina le acque clorate possono alterare il gusto delle pietanze e delle bevande, tuttavia la cessione di materia organica da parte degli alimenti, interagendo con il cloro presente nell’acqua di acquedotto, può favorire la formazione di nuovi sottoprodotti alterandone anche la composizione chimica. E’ il caso del the e del caffè, che non dovrebbero quindi mai essere preparati con acque clorate.

    Fig.4: Il rilascio in acqua di sostanze organiche da parte del the e del caffè, combinandosi con il cloro presente nell’acqua, da origine a un mix di sottoprodotti la cui natura è per gran parte ignota

    Limiti di concentrazione

    Il seguente elenco riporta i limiti di concentrazione per THMs e clorito nell’acqua previsti dai più importanti riferimenti normativi nazionali ed internazionali:

    LEGISLAZIONE THMs (microg/L) CLORITO (microg/L)
    OMS[10] 60 700
    EPA[11] 80 1000
    Direttiva 98/83[12] 100 –
    D.Lgs 31/2001[13] 30 700
    D.M. 10 febbraio 2015[14] – –

    Tab.2 Limiti di concentrazione

    Le acque minerali naturali, non essendo sottoposte a trattamenti di disinfezione, non contengono sottoprodotti, che per questo motivo non vengono contemplati dalla normativa. Un’eccezione viene fatta per quelle sottoposte a trattamento con aria arricchita di ozono, in questo caso ci può essere la formazione di bromati e di bromoformio, che vengono ammessi rispettivamente con concentrazioni di 3 e 1 microg/L.

     


    [1] Rapporto WHO 2012
    [2] In quell’anno Bellar evidenziò la presenza di cloroformio nell’acqua potabile proveniente dagli impianti di depurazione dell’acqua del fiume Ohio, sostanza che non era presente nell’acqua prima della potabilizzazione e Rook (Rotterdam Water Work) segnalò la presenza di trialometani nelle acque sottoposte a trattamento di clorazione
    [3] Nationwide Occurrence Study, Krasner et al., Environ. Sci. Technol. 2006, 40, 7175-7185.
    [4] Federgasacqua, 2001
    [5] Per approfondimenti si rimanda alla lettura del testo”State of Science of Chlorine Dioxide in Drinking Water” edito da Water Research Foundation e Fondazione AMGA, 2009
    [6] Vincenzo Riganti “Potabilizzazione delle acque: inquinanti emergenti. Considerazioni normative” Folium, anno 2014 – Numero 4
    [7] Per approfondimenti si rimanda agli atti del recente convegno internazionale “DBP 2014 – Disinfection By Products in drinking water”, tenutosi a Mülheim an Ruhr, Germany il 27-29 ottobre 2014
    [8] Giorgio Moretti – Università degli Studi di Padova “Valutazione dei rischi e dei benefici derivanti dal trattamento delle acque destinate al consumo umano”
    [9] Giorgio Temporelli “Acqua: sai cosa bevi?” Il Pensiero Scientifico Editore, 2014
    [10] Organizzazione Mondiale della Sanità
    [11] Agenzia per la Protezione Ambientale Americana
    [12] Direttiva Europea riguardante la qualità delle acque destinate al consumo umano
    [13] Decreto Legislativo nazionale riguardante la qualità delle acque destinate al consumo umano, recepimento della   Direttiva Europea 98/83
    [14] Decreto Ministeriale nazionale riguardante la qualità delle acque minerali naturali