Il filtro in linea GAC (Granulated Actived Carbon), tanti modelli e tanti produttori, alcune nozioni base per riconoscere filtri di bassa qualità
Per riconoscere la qualità di un filtro, pirma ancora di metterlo alla prova, prima ancora di aprirlo e testare il materiale filtrante, una semplice operazione discerne la sua qualità.
Lo si prende in mano e lo si scuote, se si avverte il classico rumore prodotto dalle maracas è il chiaro segnale che il filtro non è pieno. Questo determina due fenomeni assai gravi
Posto che il filtro sia sistemato in maniera orizzontale, avviene quanto indicato nello schema
Dove l’acqua stagna la proliferazione batterica è assicurata, un grave rischio per la salute del consumatore
La bassa qualità anche del media filtrante pregiudica la qualità dell’acqua erogata
Quando il Carbone Granulare non ha una geometria costante, il flusso dell’acqua tende ad avere vie preferenziali, riducendo la capacità filtrante in quanto solo una parte del media filtrante viene a contatto e nello stesso tempo si formano zone in cui l’acqua ristagna
Ecco perchè l’indicazione della dimensione media del granulo di carbone è bene che sia nota. 30 Mesh per l’acqua già potabile è un valore buono.
A volte per curiosità aprire un filtro in linea GAC è utile, si possono vedere intrugli o carbone come si deve.
Spesso veniamo interpellati con la richiesta di avere depuratori o erogatori d’acqua con la certificazione “Accredia“. La domanda è mal posta ecco perchè.
Ente Statale di accreditamento
Premesso che non esiste una certificazione “Accredia”, esiste invece la necessità di avere certezza dei materiali a contatto con gli alimenti e con l’acqua destinata la consumo umano. Depuratori, erogatori, frigogasatori devono essere conformi al DM174.
La certezza viene fornita dal produttore o importatore (equiparato a produttore se extra UE) attraverso dichiarazioni di conformità rilasciate a seguito di evidenza scientifica.
L’evidenza scientifica è legata al materiale a contatto e quindi alla sua composizione. Per alcuni materiali non è necessario procedere a test, mentre per altri è necessario rivolgersi ad un laboratorio che deve essere riconosciuto da Accredia, ossia l’ente Statale che verifica e accredita le strutture di analisi e i metodi di prova utilizzati.
E’ anche vero che in Italia, essendo ad oggi ancora in vigore il DM 174 è sufficiente una dichiarazione di conformità emessa dal produttore/importatore per poter operare.
Le autorità di vigilanza e controllo a loro volta hanno facoltà di chiedere sulla base di quali documenti ed analisi sono state emesse queste dichiarazioni. In WTS, materiali extra UE come membrane, filtri, rubinetti vengono testati presso laboratori riconosciuti da Accredia.
Le strutture che operano con il credito al consumo non la pensano così, vediamo perchè:
Il codice del consumo legge 205 del 2006 stabilisce che la vendita è nulla se non sono presenti le dichiarazioni di conformità. Succede spesso che il cliente/consumatore per recedere in maniera forzata da un acquisto incauto, utilizzi questa strada per recedere dal contratto.
Se la vendita è nulla, anche un eventuale finanziamento di credito al consumo decade.
Capita non di rado di vedere dichiarazioni di conformità “fantasiose”, una delle tante: debatterizzatori a UV in acciaio inox AISI 304, conformi perchè non rilasciano piombo….
Ecco perchè le società di finanziamento si cautelano chiedendo alla ditta venditrice di fornire una certificazione di un ente terzo riconosciuto da Accredia. Quindi, per loro, per accettare di erogare un finanziamento al consumo, non basta un semplice laboratorio che emetta singole analisi su ogni singolo componente, ma serve una validazione del prodotto nella sua completezza.
La richiesta delle finanziarie è del tutto lecita
Essendo il finanziamento stesso un accordo tra le parti, l’istituto di credito al consumo ha tutta la facoltà di chiedere a tutela dei suoi interessi, condizioni aggiuntive e supplementari per accettare il finanziamento di un bene terzo.
Ossia, in presenza di una dichiarazione di conformità emessa dal produttore, il prodotto ha tutti i requisiti per essere sul mercato italiano, mentre è nel diritto della finanziaria concedere il finanziamento al consumo solo in presenza di una validazione da parte di un laboratorio terzo a sua volta accreditato da Accredia.
Il tema delle analisi microbiologiche per gli erogatori d’acqua nei ristoranti è stato ampiamente descritto sul nostro blog anche in articoli recenti. La carica batterica è sicuramente uno dei punti critici del trattamento al punto d’uso soprattutto in ambito pubblico; il controllo e le azioni correttive, quando necessarie, sono il lavoro di tutti i giorni di chi vende, noleggia e installa erogatori nella ristorazione.
Il DLgS 18 del 2023, per la maggior parte degli edifici pubblici, pone come obbligo la redazione dei piani di sicurezza per l’acqua (PSA) che spesso vanno a sovrapporsi, dove presenti, al manuale HACCP.
L’obbligo di almeno un controllo annuale dei parametri microbiologici è sancito in maniera chiara. E’ responsabilità del GIDI (Gestore Idrico Distribuzione Interna ) o OSA (dove presente), definire quali parametri verificare tenendo presente che due sono obbligatori (Escherichia coli ed Enterococchi), mentre altri sono consigliati.
MF90 con predosaggio
Anche per le analisi chimico fisiche è previsto l’obbligo di almeno un controllo annuale
Il Decreto Legge 18 del 2023 nel definire i criteri e le frequenze di controllo per le acque potabili, impone per i gestori idropotabili, la redazione di un impianto per il monitoraggio della qualità delle acqua, e comunque una verifica annuale dei parametri A e B dell’allegato I. Ossia, mentre il GIDI ha facoltà di decidere un programma di analisi e controlli, con frequenze e parametri in funzione della valutazione del rischio, l’analisi completa DEVE essere fatta almeno una volta l’anno.
Anche per gli erogatori d’acqua posti nei ristoranti vige questo obbligo ?
La risposta classica è sempre la migliore, dipende ! I costi non banali di eventuali analisi andrebbero a ridurre il margine in cui la categoria opera.
Chi opera nel settore del trattamento dell’acqua potabile non ha le stesse responsabilità del gestore idropotabile. Il suo operato parte da un’acqua già potabile e non avrebbe senso fare le analisi chimico fisiche su di un’acqua già potabile. La salubrità degli impianti è garantità dalla qualità dei materiali a contatto con l’acqua destinata al consumo umano (DM174/2004) e non dovrebbero esserci quindi rischi da monitorare e tenere sotto controllo.
Però è bene fare una precisazione ed un ragionamento. Gli erogatori d’acqua che installiamo non sono allacciati direttamente al POE, ossia al punto di ingresso principale, dove cessa la responsabilità del gestore idropotabile, ma al POU punto d’uso. L’acqua dal contatore principale percorre un piccolo o grande tratto che potrebbe mettere a rischio la qualità chimico fisica dell’acqua erogata.
Serve quindi una valutazione del rischio, un’analisi della rete distributiva interna per poter indicare nel manuale HACCP, o nel PSA la necessità o meno di procedere una volta l’anno con analisi Chimico Fisiche.
Esempi pratici
Esempio, se l’erogatore viene allacciato ad una rete distributiva di recente costruzione, realizzata con materiali idonei (vedere dichiarazione di conformità di chi ha realizzato l’impianto), possiamo scrivere nel manuale HACCP che non serve procedere con analisi chimico fisica in quanto c’è una ragionevole certezza che non ci siano modifiche chimico fisiche dell’acqua di rete.
Se invece l’erogatore d’acqua è installato in un vecchio edificio, dove la rete distributiva è antiquata serve una verifica per essere certi che non ci siano migrazioni o alterazioni nell’acqua fornita dal gestore idropotabile. Le analisi e i relativi costi andrebbero fatte dal gestore della rete idrica, e non da chi installa un erogatore d’acqua. Ma installarlo comunque senza una certezza della potabilità in ingresso è una responsabilità che non ci possiamo prendere.
Conclusione
Per NON FARE le analisi chimico fisiche annualmente è necessaria una valutazione del rischio da inserire nel Piano HACCP o nei piani di sicurezza dell’acqua. In assenza di questa valutazione, l’analisi deve essere comunque fatta.
Anche in questo segmento abbiamo scelto la qualità, non soltanto “raccontata” ma anche verificata. I filtri in linea Water Pro hanno passato i test richiesti dal DM 174 del 2004 e da quanto previsto con il nuovo decreto DM18 del 2023.
I test di validazione, di cui riportiamo in fondo alla breve nota gli esami chimici, mostrano l’elevata qualità dei materiali impiegati a contatto con l’acqua destinata al consumo umano.
I test sono stati eseguiti sui “fratelli maggiori” ossia i filtri più grandi delle diverse serie proposte. Questo per definire la massima superficie presente a contatto con l’acqua destinata al consumo umano. Se il fratello maggiore passa i test a maggior ragione anche i fratelli di minor dimensioni avranno una migrazione inferiore e quindi sono validati ai fini del DM 174
I report di ICIM per i nostri filtri
Abbiamo scelto ICIM come riferimento per i nostri test di validazione per la competenza e la formazione continua su questo delicato ed importante argomento.
I test sono relativi al filtro Water Pro 12 CS il filtro in linea con Aregento in forma ionica con funzione antibatterica.
La somma dei test porta ad emettere con tranquillità la dichiarazione finale.
certificazione media filtranteCertificazione corpo
La presenza di biofilm nei sistemi di trattamento al punto d’uso è indice di scarsa manutenzione. A priori non è detto che ci siano rischi per la salute umana, ma è assai probabile che colonie di batteri patogeni o potenziamente pericolosi vi trovino dimora.
Uno degli obiettivi della manutenzione periodica degli impainti di trattamento al punto d’uso dell’acqua potabile è sicuramente la rimozione del biofilm che potrebbe essere formato nell’intervallo di tempo che corre tra una manutenzione e l’altra.
In un recente articolo pubblicato nella nostra periodica news letter abbiamo scritto in merito alle procedure di sanificazione indicando il migliore prodotto base tra quelli esistenti – Leggi l’articolo–
La verifica della corretta manutenzione
Dopo la manutenzione periodica sorge sempre il dubbio se questa, sia stata efficace e sufficiente. Dal semplice colore dell’acqua o dal suo sapore poco possiamo dire. Serve una analisi batteriologica e serve controllare nello specifico la carica a 22 °C. LA sua presenza è indice di presenza di biofilm, una matrice polimerica che protegge e alberga le colonie batteriche.
Fare l’analisi batteriologica è facile da dirsi, ma non è così immediata. Conenitore sterile, prelievo con tutte le precauzione, conferimento al laboratorio, tempo di incubazione etc..
Un metodo emprico sviluppato presso WTS
il concetto è abbastanza semplice: il biofilm se presente, reagisce con gli elementi ossidanti del prodotto introdotto per la sanificazione. diminunedo la capacità ossidante del prodotto stesso.
Quindi se per esempio introduciamo una soluzione di perossido di idorgeno all’interno dei condotti e dopo un tempo x la concentrazione di perossido non scende è lecito supporre che non vie è materiale organico al suo interno.
Con le cartine tornasole che indicano la concentraione di Perossido possiamo fare diversi test. E’ sicuramente utile verificare la variazione di colore, tra ingresso e uscita dopo un tempo di contatto di 12/15 minuti e metterlo a confronto con un successivo lavaggio, se nel secondo non vi è variazione di colore tra ingresso e uscita è lecito pernsare che non vi sia più presente il bio film.
E’ sicuramente un metodo emprico, che va di pari passo con il controllo visivo della presenza di sostanze solida in sospensione, ma che è utile per capire se si è operato nella giusta direzione o meno
Il documento di conformità viene prodotto dall’azienda produttrice o dall’ importatore sulla base di test e analisi, nonché di una robusta documentazione a supporto.
I rubinetti IFM sono assemblati in Italia, con componentistica che proviene da diversi paesi, Italia, Cina, Svizzera e come importatori / produttori siamo soggetti in pieno all’emissione di una dichiarazione di conformità
E’ vero che una azienda, poco seria, potrebbe semplicemente emettere il documento senza aver nulla alle spalle (succede ancora) ma è anche vero che il rischio è civile e penale e non ne vale la candela.
Come abbiamo certificato il miscelatore 5 viecanna tonda
miscelatore 5 vie
Prendiamo ad esempio il nostro miscelatore a 5 vie come esempio per definire tutti i passaggi che hanno portato all’emissione del documento di conformità.
La legge in questione richiede che non vi sia migrazione di sostanze o elementi nell’acqua a contatto con le superfici di passaggio, esiste una lista di materiali, detta “lista positiva” per la quale è necessario procedere ad analisi specifiche secondo protocolli definiti.
In poche parole, per ogni singolo elemento a contatto con l’acqua è necessario procedere ad un test di migrazione che cambia di volta in volta a seconda del tipo di materiale.
Un Miscelatore a cinque vie è costituito da parecchi elementi: La canna, l’aeratore, la cartuccia, i diversi OR (diversi tra loro), il corpo a croce, i raccordi, i flessibili, etc… Ognuno di essi deve essere testato prima di procedere ad un test generale di migrazione totale.
Dove effettuare i test ?
La legge richiede che i test siano eseguiti presso un laboratorio riconosciuto da Accredia, ente certificatore dei laboratori, con protocolli di analisi validati. Le singole analisi che possono contenere dati sensibili di know how sono riservate e non vi è obbligo di renderle pubbliche tranne che su richiesta delle autorità di vigilanza a e controllo.
Questo aspetto che sembra secondario, ha comportato un difficile lavoro di raccordo con le aziende produttive, molto gelose del loro know how. Ad esempio, riuscire a convincere Neoperl a collaborare non è stata facile, questa multinazionale svizzera, giustamente si rifiuta di cedere informazione sensibili quali il tipo di materiale utilizzato o le analisi in loro possesso, nonché i disegni costruttivi e gli esplosi del prodotto In questo caso siamo stati fortunati l’ente presso il quale lavoriamo ICIM è lo stesso che utilizza la famosa multinazionale, internamente hanno messo insieme le informazioni riuscendo quindi a superare l’ostacolo. Ma non è sempre così, in alcuni casi abbiamo dovuto certificare ex novo il singolo componente
Come effettuare il test
Perché il test abbia senso esiste una superficie minima necessaria. Se prendiamo una piccola guarnizione da 6 mm, da sola non è sufficiente per essere testata. Nel caso del miscelatore in questione, il laboratorio ci ha chiesto di fornire 15 OR per avere una superficie sufficiente.
Una volta giunti in laboratorio, sono state effettuate le analisi ponendo i materiali a contatto con acqua distillata a 40 °C per 24 ore. L’acqua è stata poi analizzata per verificare la presenza di sostanze chimiche migranti sia effettuando una migrazione globale che una migrazione specifica. Per migrazione specifica si intende la ricerca propria di sostanze di quel materiale. Ad esempio per gli OR abbiamo ricercato i seguenti composti.
Dopo la fase di Test
Terminate le azioni di test, controllato che la migrazione globale del prodotto è sotto il limite di legge, controllato che ogni singolo componente non ha migrazioni specifiche sopra i valori della lista positiva, possiamo emettere la famosa dichiarazione di conformità e conservare per 5 anni i risultati dei test effettuati. Ovvio che dovesse cambiare uno o più componenti del Miscelatore 5 vie, per scelte costruttive o altro ancora, sarà necessario ripetere i test solo sul componente modificato e ripetere la migrazione globale
A seguire alcuni documenti ufficiali necessari per emettere la dichiarazione di conformità del solo rubinetto in quetione…
Le proprietà del carbone come matrice adsorbente, da utilizzare per la pulizia dell’acqua sono note da migliaia di anni. Gia in epoca egizia si utilizzavano letti di carbone per chirificare l’acqua e per togliere gli ordori sgradevoli.
Il carbone diventa “attivo” a seguito di processi che rendono maggiore la superficie specifica, ossia il rapporto tra peso e superficie esterna.
Diversi sono i processi di attivazione del carbone, i più noti sono quelli chimici e quelli gassosi, utlizzati a seconda della materia prima di partenza.
La superficie di un grammo di carone attivo può arrivare ad essere simile ad un campo di calcio
La materia prima può essere vegetale, o fossile. Il tipo di trattamento e di lavaggio cambia di consguenza.
Alcuni prodotti vegetali, come ad esempio la noce di cocco, è di maggior pregio per l’assenza di potenziali inquinati al suo interno.
Adsorbimento o Assorbimento ?
Una spugna assorbe e trattiene l’acqua per capilarità, ma non èquesto il principio su cui si basa la capacità di filtrazione del carbone attivo.
L’adsorimento è una interazione molecolare, tra un solido è un liquido attraverso legami deboli (tipo Van del Waals), nel carbome attivo si una ritenzione sulla superficie del carbone di molte sostanze presenti nell’acqua.
La quantità e la qualità delle sostanze catturate per adsorimento è limitata. In eccesso ci possono essere ditacchi massicci si sostanze catturate precedentemente
GAC, CTO, Pre Coat, quale tecnologia utilizzare ?
Non esiste una risposta univoca, nel trattamento dell’acqua potabile al punto d’uso il carbone attivo può essere impiegato con tecnologie a granuli (dove è becessaria una grossa portata d’acqua) su membrana (tipo Pre Coat) dove è necessario associare alla portata una funzione specifica di abbattimento della torbidità in grandi volumi, oppure in Carbon block, dove una azione meccanica è associata l’azione chimica di adsorbimento