Blog

  • Innovare l’acqua, proteggere la vita

    Innovare l’acqua, proteggere la vita

    Evento presso l’acquario di Genova il 27 febbraio a cura di GWS Group

    Una giornata dedicata al tema dell’acqua, come possiamo modificare i nostri comportamenti, come possiamo dare qualità e ridurre l’impatto ambientale

    video presentazione evento GWS Group 27 febbario

    Programma della Giornata

    L’evento è strutturato in duplice scopo: conoscere e motivare. Conoscera l’acqua nei suoi aspetti emeregnti e motovare azioni consapevoli per migliorarne la qualità e l’ambiente che ci circonda.

    Prevista la partecipazione di

    Giorgio Temporelli- Moderatore

    Tessa Gelisio – Giornalisti Rai ambientalista

    Giuseppe Ungherese – (autore del libro sui inquinanti invisibili ed eterni)

    Elisabetta Trovatore -ARPA Liguria – Direttore Generale

    NSF – ente certificatore

    Panel Fornitori qualificati (Fuid o Tech, John Guest, Victory)

    Marketing ed evoluzione del mercato

    GWS group – Produttore

    Il programma definitivo sarà disponibile dal 15 di dicembre

    Programma Serata

    Dalle ore 19,30 alle 22,30 cena nella formidabile cornice all’interno dell’Acquario accanto alla Vasca con gli squali (posti disponibili ad esaurimento)

    Contattare la segreteria organizzativa

    [email protected]

    Tel 0107451845

  • Punto di Breakthrough nei Filtri Acqua: Cos’è e perché è cruciale (Focus PFAS)

    Punto di Breakthrough nei Filtri Acqua: Cos’è e perché è cruciale (Focus PFAS)

    Cos’è il punto di breakthrough nei filtri acqua

    Nel campo della trattamento dell’acqua potabile, il punto di breakthrough di un filtro (o punto di sfondamento) è un parametro tecnico fondamentale per valutare l’efficacia reale di un sistema di filtrazione.

    Il breakthrough indica il momento in cui un filtro non è più in grado di trattenere un contaminante specifico, permettendone il passaggio nell’acqua trattata. Si potrebbe dire in linguaggio semplice che il filtro è esausto, ma non è proprio così vediamo perchè. In pratica, è il punto in cui:

    • il materiale filtrante si satura
    • l’efficienza di rimozione cala
    • il contaminante inizia a comparire in uscita
    • o peggio ancora rilascia quanto adsorbito in precedenza

    Questo fenomeno è tipico, ad esempio, dei filtri a carbone attivo utilizzati per rimuovere cloro, composti organici e micro inquinanti emergenti.

    Come si determina il breakthrough

    Il breakthrough viene identificato tramite test che misurano:

    • concentrazione del contaminante in ingresso
    • concentrazione in uscita
    • volume d’acqua trattato o tempo di utilizzo

    Si definisce punto di breakthrough quando:

    • la concentrazione in uscita supera una soglia tecnica (es. 5%)
    • oppure viene superato un limite normativo

    Questo dato è essenziale per certificare le prestazioni di un filtro e stabilirne la durata reale. Non è serio rivendicare una generica rimozione ed efficacia su inquinanti emergenti come ad esempio i PFAS

    Perché il breakthrough è fondamentale

    Sicurezza dell’acqua potabile

    Un filtro oltre il punto di breakthrough può non garantire più la rimozione dei contaminanti, esponendo l’utente a sostanze potenzialmente dannose. Clamoroso fu il caso delle casette dell’acqua in cui si rilevava in uscita una quantità di Arsenico ben maggiore delle quantità in ingresso. Il mistero fu risolto quando fu chiaro che i filtri non erano stati cambiati da oltre 4 anni e che quanto accumulato veniva rilasciato a malloppi nel tempo.

    Rischio Breakthrough e PFAS: un tema critico

    Quando si parla di contaminanti emergenti come i PFAS (sostanze perfluoroalchiliche), il breakthrough assume un ruolo ancora più centrale.

    I PFAS sappiamo essere persistenti nell’ambiente, bioaccumulabili e dannosi a concentrazioni anche molto basse. Per questo motivo, dichiarare che un filtro “rimuove i PFAS” richiede un approccio rigoroso. Il termine generico PFAS non va bene, essendo una ampissima famiglia, dalla catena lunga a quella ultra corta, sarebbe opportuno chiarire su quali Pfas si agisce.

    Cosa significa davvero rimuovere i PFAS

    Un sistema di filtrazione può dirsi efficace solo se:

    • garantisce prestazioni fino a un volume dichiarato
    • rispetta limiti normativi
    • ha un breakthrough specifico per i vari PFAS, diverso da altri contaminanti

    Infatti, un filtro può essere ancora efficace per cloro o odori, ma non più per i PFAS.

    Il rischio di sottovalutazione nei PFAS

    Il breakthrough nei PFAS è particolarmente critico e spesso sottovalutato per diversi motivi:

    • i limiti normativi sono molto stringenti
    • il superamento può avvenire prima della saturazione generale del filtro
    • non ci sono segnali visivi o sensoriali

    Ma l’aspetto più importante è un altro: In assenza di indicazioni chiare sul punto di breakthrough, si genera una falsa sicurezza. L’utente può continuare a utilizzare il sistema convinto che stia ancora filtrando efficacemente, mentre in realtà:

    • il filtro ha già perso capacità sui PFAS
    • l’acqua può contenere livelli di contaminanti
    • oppure ancora peggio tali livelli possono essere anche significativamente superiori a quelli inizialmente rimossi dal sistema

    In altre parole, il rischio non è solo perdere prestazione, ma aumentare inconsapevolmente l’esposizione agli inquinanti. Questo rende il breakthrough un parametro non solo tecnico, ma fondamentale per la protezione reale della salute.

    Fattori che influenzano il breakthrough

    Il punto di breakthrough varia in base a diversi fattori: La qualità dell’acqua in ingresso, ovviamente la portata, la temperatura e ovviamente la tecnologia filtrante.

    Come prevenire il breakthrough

    Per garantire prestazioni costanti il monitoraggio sarebbe fondamentale, ma qui nasce un problema non da poco, in ambito domestico non è possibile farlo per questioni tecnico/economiche. Ci si deve basare sui dati di targa del filtro, con le analisi fatti su acqua ai limiti della potabilità.

    Anche il dimensionamento corretto fa la sua parte, se non sono specificati su quali PFAS agisce diventa ben difficile stabilire una portate reale sicura.

    Manutenzione intelligente e trasparenza tecnica

    La manutenzione non basarsi solo su tempo (es. 6 mesi), ma su volume trattato, sulle condizioni operative. Questo è possibile solo se vi è una trasparenza tecnica che indichi i volumi certificati, i limiti di efficacia e la gestione del fine vita. Questo è un n tema importante e sottovalutato, lo smaltimento di un filtro con azione specifica sui PFAS non può essere conferito come rifiuto urbano, ne tanto meno come rifiuto speciale, ma come rifiuto pericoloso.

    Conclusione

    Il punto di breakthrough nei filtri acqua è un elemento chiave deve essere preso in considerazione per garantire: la qualità dell’acqua potabile, avere certezza della sicurezza sanitaria e avere fiducia nell’affidabilità dell’impianto.

    Nel caso dei PFAS, questo concetto diventa ancora più critico: senza una gestione corretta, il rischio non è solo perdere efficienza, ma continuare a consumare acqua contaminata senza saperlo.

    Per professionisti e aziende del settore, comprendere e gestire il punto di breakthrough significa offrire soluzioni realmente performanti, trasparenti e sicure.

  • Il ruolo del trattamento al punto d’uso (POU) nella gestione del rischio

    Il ruolo del trattamento al punto d’uso (POU) nella gestione del rischio

    L’approccio normativo delle ultime leggi nel settore delle acqua destinate al consumo umano molto spazio è dato al tema della valutazione del rischio, ossia governare la qualità del prodotto/servizio attraverso una attenta analisi dei processi e dei rischi connessi. L’approccio precedente legato alla conformità viene non negato ma superato.

    Quando si parla di trattamento dell’acqua al punto d’uso, è importante chiarire subito un concetto di base:
    il POU non sostituisce la potabilizzazione, ma si inserisce all’interno del sistema di distribuzione, come tale deve essere parte integrante della valutazione dei rischio distributivo.

    Cos’è il rischio nell’acqua destinata al consumo umano

    Nel contesto dell’acqua potabile, il rischio non è determinato dalla sola presenza di un parametro, ma dalla probabilità che una determinata esposizione produca un effetto sulla salute.

    In termini operativi, il rischio dipende dalla combinazione di cinque fattori:

    • concentrazione della sostanza;
    • durata dell’esposizione (nel tempo);
    • frequenza dell’evento (quanto spesso l’esposizione si verifica);
    • modalità di utilizzo dell’acqua (bere, cucinare, uso occasionale);
    • suscettibilità dell’utilizzatore (lattanti, bambini, soggetti sensibili).

    Il POU dentro un sistema, non come elemento isolato

    l POU come dicevamo non servono a “rendere potabile” un’acqua, ma a gestire esigenze diverse, riduzione delle sostanze indesiderate, migliorare le caratteristiche organolettiche o contrastare ciò che accade tra il punto di consegna e il punto di utilizzo, dove ci sono fenomeni di degradazione della qualità dell’acqua.

    Uno degli errori più frequenti è considerare il POU come un elemento autonomo. In realtà, il trattamento al punto d’uso è sempre parte di un sistema più ampio che comprende:

    • rete interna,
    • impianto idrico,
    • modalità di utilizzo,
    • gestione e manutenzione.

    In ambito domestico il compito di valutare il rischio ricade su chi proporne ed installa sistemi di trattamento al punto d’uso, la sua responsabilità è diretta verso il consumatore finale

    Questo aspetto, ossia la valutazione del rischio è ancora più evidente negli edifici prioritari, grandi complessi, dove la normativa prevede la figura del: Responsabile della Gestione Interna della Distribuzione Idrica (GIDI)

    Il GIDI è il soggetto, (introdotto con le recenti nuove leggi), incaricato di:

    • garantire la qualità dell’acqua all’interno della rete interna;
    • valutare e gestire i rischi legati alla distribuzione;
    • coordinare monitoraggi, interventi e manutenzione.

    Definire quindi un piano di sicurezza per la fornitura di acqua idropotabile

    Negli edifici prioritari (ad esempio strutture ricettive come hotel, strutture sanitarie, caserme ), questa figura è obbligatoria così come sono obbligatori i paini di sicurezza. In altri contesti può essere formalmente non prevista, ma resta comunque una figura funzionalmente necessaria.

    Il rapporto tra POU, GIDI e OSA

    Quando il trattamento POU è installato in un contesto dove è presente un GIDI, il professionista del trattamento al punto d’uso non può operare in modo indipendente.

    In particolare:

    • il POU deve essere considerato parte integrante della rete interna;
    • le scelte di trattamento devono essere coerenti con la valutazione del rischio complessiva;
    • ogni intervento deve essere condiviso con il GIDI.

    Nell’ambito della ristorazione, inoltre, entra in gioco la figura obbligatoria dell’OSA (Operatore del Settore Alimentare), responsabile della sicurezza degli alimenti.

    In questi casi: il POU diventa un punto critico condiviso tra OSA e GIDI

    e deve essere gestito in modo coordinato:

    • il GIDI per la qualità della distribuzione idrica;
    • l’OSA per la sicurezza alimentare.

    Un intervento non coordinato può generare:

    • incoerenze nella gestione del rischio;
    • problemi microbiologici;
    • responsabilità non chiaramente attribuite.

    Cosa può fare correttamente un sistema di trattamento al punto d’uso

    Se inserito in modo corretto nel sistema, il POU può:

    • ridurre l’esposizione a sostanze indesiderate;
    • migliorare gusto e odore;
    • adattare l’acqua a esigenze specifiche;
    • compensare effetti della distribuzione interna.

    In questo senso, il POU è uno strumento di ottimizzazione, non di sostituzione.

    Quando il POU diventa un problema

    Se invece viene introdotto senza una visione sistemica, il POU può:

    • aumentare il rischio microbiologico (es. rimozione incontrollata del disinfettante oppure assenza di manutenzione o frequenza degli interventi insufficiente)
    • creare stagnazioni locali;
    • diventare punto di accumulo o rilascio; (cattiva qualità dell’impianto)
    • generare un falso senso di sicurezza.

    Il rischio non è solo tecnologico, ma anche gestionale.

    Il ruolo del professionista

    Il professionista del trattamento dell’acqua non deve limitarsi a scegliere una tecnologia, ma deve anche :

    • capire dove si inserisce il POU nel sistema;
    • verificare la presenza e il ruolo del GIDI e contribuire alla redazione dei piani di sicurezza
    • coordinarsi con l’OSA, quando presente e contribuire alla redazione della scheda HACCP
    • valutare benefici e rischi dell’intervento;
    • garantire gestione e manutenzione nel tempo.
    schema della gestione del rischio dove installato un trattamento al punto d’uso
  • Concetto di sostanza indesiderata: limite di legge e soglia di sicurezza

    Concetto di sostanza indesiderata: limite di legge e soglia di sicurezza

    Utilizziamo volutamente il concetto di sostanze indesiderate in quanto sono la conseguenza della valutazione del rischio, approccio fondamentale della recente normativa, la valutazione complessiva deve portare a scelte ragionate.

    Nel linguaggio tecnico e normativo, la qualità dell’acqua destinata al consumo umano viene spesso descritta attraverso valori di parametro e limiti di legge.
    Questi valori rappresentano uno strumento essenziale per la gestione della conformità, ma non devono essere confusi con il concetto di soglia di sicurezza sanitaria.

    È fondamentale chiarire che:

    il limite di legge non coincide necessariamente con l’assenza di rischio sanitario.

    I valori normativi sono infatti il risultato di un equilibrio tra:

    • conoscenze tossicologiche disponibili;
    • valutazioni epidemiologiche;
    • principio di precauzione;
    • fattibilità tecnica ed economica dei sistemi di controllo e trattamento.

    In molti casi, il limite di legge rappresenta quindi una soglia gestionale e regolatoria, non una soglia biologica al di sotto della quale l’esposizione può essere considerata priva di effetti.

    Dal punto di vista sanitario, per numerose sostanze non è possibile individuare una soglia di esposizione “sicura” in senso assoluto.
    Per questi contaminanti, il rischio è considerato:

    • dose‑dipendente;
    • cumulativo nel tempo;
    • potenzialmente più rilevante per categorie vulnerabili della popolazione.

    Esempi emblematici sono rappresentati da:

    • piombo, per il quale non è riconosciuta una soglia di sicurezza neurologica, nonostante l’esistenza di valori normativi molto bassi;
    • PFAS e contaminanti persistenti, caratterizzati da bioaccumulo e lunga emivita biologica;
    • IPA e sottoprodotti della disinfezione, associati a effetti cronici e cancerogeni;
    • alcuni metalli e microinquinanti organici, per i quali il rischio emergente è legato all’esposizione prolungata più che all’evento acuto.

    Alla luce di ciò, una sostanza indesiderata non è definita unicamente dal superamento del limite normativo, ma dalla sua capacità di:

    • incrementare il rischio sanitario nel tempo;
    • ridurre il margine di sicurezza complessivo dell’acqua;
    • compromettere la tutela delle fasce più sensibili della popolazione.

    Questo approccio è pienamente coerente con il modello di valutazione e gestione del rischio adottato dalla normativa europea più recente, che sposta l’attenzione:

    • dal singolo parametro isolato,
    • alla sicurezza complessiva dell’esposizione lungo l’intero arco della vita.

    Per il professionista del trattamento dell’acqua al punto d’uso, questa distinzione è centrale.
    Essa consente di comprendere perché:

    • un’acqua conforme possa comunque richiedere un intervento mirato;
    • un trattamento non debba essere giustificato solo dalla non conformità;
    • la riduzione dell’esposizione rappresenti, in alcuni casi, un obiettivo sanitario legittimo anche al di sotto dei limiti di legge.
  • Spessore, pressione e temperatura: perché un filtro più robusto fa davvero la differenza

    Spessore, pressione e temperatura: perché un filtro più robusto fa davvero la differenza

    Nel settore della filtrazione per impianti idrici, l’affidabilità di un componente non è mai frutto del caso. Un filtro che si schianta può creare gravi danni. Materiale, geometria e spessore delle pareti determinano la capacità del prodotto di resistere nel tempo alle reali condizioni di esercizio: pressioni variabili, temperature non costanti e sollecitazioni cicliche.

    La foto qui sotto mostra un filtro in polietilene di un prodotto concorrente che ha subito una rottura longitudinale: un tipico caso di cedimento strutturale dovuto alle pressioni della rete idrica.

    A prima vista il filtro è simile ai prodotti GWS. La differenza, però, è tutt’altro che marginale:

    • spessore parete filtro concorrente: 3 mm
    • spessore parete filtri GWS: 5 mm

    Il diametro del corpo filtro è di 80 mm, il materiale è polietilene e la pressione di esercizio dell’impianto è compresa tra 2 e 6 bar, valori del tutto comuni negli impianti civili e industriali.


    Come la pressione sollecita le pareti di un filtro

    Dal punto di vista ingegneristico, un filtro cilindrico pressurizzato si comporta come un tubo a parete sottile. La sollecitazione più critica è la tensione circonferenziale, detta anche tensione di scoppio, che tende ad aprire il corpo del filtro lungo il suo asse.

    Questa tensione dipende da tre fattori:

    • pressione interna
    • diametro
    • spessore della parete

    La relazione è semplice e molto chiara:
    👉 a parità di pressione e diametro, aumentando lo spessore diminuiscono gli sforzi nel materiale.


    Confronto numerico: 3 mm contro 5 mm

    Considerando il diametro di 80 mm (raggio ≈ 40 mm) e la pressione massima di 6 bar:

    • Filtro concorrente – spessore 3 mm
      → tensione circonferenziale ≈ 8 MPa
    • Filtro GWS – spessore 5 mm
      → tensione circonferenziale ≈ 4,8 MPa

    ✅ Il filtro GWS lavora con oltre il 40% di sforzo in meno rispetto a una soluzione da 3 mm.

    Questo significa:

    • maggiore margine di sicurezza
    • minore rischio di microfessurazioni
    • migliore resistenza ai picchi di pressione
    • maggiore affidabilità nel lungo periodo

    Il ruolo della temperatura: un fattore spesso sottovalutato

    Il polietilene è un materiale eccellente per applicazioni idrauliche, ma è anche un materiale termoplastico, le cui proprietà meccaniche variano con la temperatura.

    All’aumentare della temperatura:

    • la rigidità diminuisce
    • la resistenza a trazione si riduce
    • aumentano creep e deformazioni permanenti

    Indicativamente, la resistenza meccanica del polietilene si riduce di:

    • ~20% a 40 °C
    • ~35–40% a 60 °C

    Pressione e temperatura: effetto combinato

    In condizioni reali di esercizio, l’acqua può raggiungere facilmente temperature superiori a quelle ambiente:

    • locali tecnici poco ventilati
    • esposizione a sole diretto
    • ambienti industriali

    A 40–50 °C, uno spessore ridotto diventa un fattore critico.

    SpessoreTensione a 6 barComportamento a caldo
    3 mm~8 MPaVicino alla zona critica
    5 mm~4,8 MPaAmpio margine di sicurezza

    👉 Il filtro da 3 mm può entrare rapidamente in una zona di rischio, soprattutto in presenza di:

    • colpi d’ariete
    • tolleranze di stampaggio
    • invecchiamento del materiale

    Il filtro GWS da 5 mm, invece, continua a lavorare in campo ampiamente sicuro.


    Perché la rottura è longitudinale

    La rottura visibile nell’immagine è:

    • allungata lungo l’asse
    • localizzata
    • tipica di un cedimento da sovratensione circonferenziale

    Quando lo spessore è limitato, la pressione interna “apre” il corpo del filtro lungo la direzione di massimo sforzo. Basta una sovrapressione anche breve per superare il limite del materiale.


    Spessore = affidabilità nel tempo

    In applicazioni reali non contano solo i valori nominali, ma:

    • la durata
    • la ripetibilità
    • il comportamento in condizioni non ideali

    Grazie allo spessore maggiorato a 5 mm, i filtri GWS:

    • lavorano con sforzi drasticamente inferiori
    • sono meno sensibili alla temperatura
    • resistono meglio alla fatica e al creep
    • garantiscono continuità di servizio e sicurezza dell’impianto

    La differenza GWS

    A parità di materiale e diametro, lo spessore non è un dettaglio costruttivo, ma un vero e proprio fattore di progetto.

    ✅ Con 5 mm di parete, i filtri GWS offrono:

    • maggiore robustezza strutturale
    • affidabilità anche nelle condizioni più severe
    • una vita utile superiore
    • un investimento sicuro per installatori e utenti finali

    Perché quando si parla di pressione, temperatura e sicurezza, qualche millimetro in più fa tutta la differenza.

  • Osmosi inversa a produzione diretta: attenzione al picco di pressione all’avviamento

    Osmosi inversa a produzione diretta: attenzione al picco di pressione all’avviamento

    Negli impianti ad osmosi inversa a produzione diretta, un punto critico non nasce durante il funzionamento normale, ma all’avviamento della pompa

    È proprio all’avviamento che il circuito raggiunge la pressione massima, anche se per un tempo molto breve, un frazione di secondo. Un aspetto spesso sottovalutato, ma fondamentale per l’affidabilità dell’impianto.

    Qui a seguire alcune indicazioni


    Perché la pressione è massima proprio all’avviamento

    Quando la pompa si avvia:

    • l’acqua è ferma
    • la portata è zero
    • il circuito è già in pressione

    In questa condizione tutta l’energia del motore della pompa si trasforma in pressione, perché non c’è ancora movimento dell’acqua che possa assorbirne una parte.

    Quando l’acqua inizia a scorrere, una parte dell’energia, si trasforma in energia cinetica ossia viene utilizzata per il movimento del fluido e la pressione si abbassa fino al valore di esercizio.
    Questo picco iniziale si verifica a ogni singola accensione.


    La regola pratica

    Nei picchi, la pressione da considerare non è solo quella di esercizio, ma quella di avviamento.
    Molti cedimenti nel tempo sono legati alla ripetizione dei picchi iniziali. Si formano microcricche che nel tempo lavorano, tecnicamente si dice che i componenti lavorano a fatica.

    La presenza di tubi in politetilene smorzano questo problema perchè in parte essendo elastici si dilatano il minino per assorbire il colpo. Mentre tutti gli altri compenti rigidi subiscono.


    Box tecnico – Spiegato semplice

    Avviamento
    Acqua ferma → tutta l’energia diventa pressione → pressione massima

    A regime
    L’acqua scorre → l’energia si divide → la pressione diminuisce


    Conclusione

    Negli impianti RO a produzione diretta, la fase più critica non è quando l’impianto lavora, ma quando parte. La scelta dei componenti deve necessariamente considerare questo aspetto. Ad esempio il diametro dei vessel è meglio tenerlo basso.

    Esempio il diametro interno di un vessel di una membrana 18/12 è circa 50 mm, mentre la 30/12 è circa 80 mm. Con una pressione di 10 bar nel primo caso abbiamo uno sfrorzo di circa 190 kg, mentre a pari pressione nel vessel 30/12 di 500 kg. I picchi arrivano anche a 60 bar, quindi rispettivamente 375 kg e 3 tonnellate !!!

    Negli impianti senza pompa il problema non si presenta, mentre negli impianti di frigogasatura la sovrapressione viene assorbita dal saturatore.

    Il By pass presente sulle pompe volumetriche ha una isteresi che gli impedisce di entrare in azione nel tempo utile

  • Il rilascio dei carboni, un problema sottovalutato

    Il rilascio dei carboni, un problema sottovalutato

    Il carbone che viene rilasciato dal filtro in fase di prima installazione o, peggio ancora, durante la sua azione nel tempo può creare seri problemi agli impianti di trattamento dell’acqua potabile.

    Microfiltrazione e rilascio di carbone attivo

    Se si tratta di un semplice filtro sottolavello collegato ad un rubinetto meccanico, il rilascio in fase iniziale pone pochi problemi, se non il fastidio di vedere in sospensione dei microgranuli di polvere di carbone. Se il rilascio avviene nel tempo, è indice di una scarsa qualità del sistema di filtrazione.

    Negli impianti più complessi dotati di organi elettromeccanici o di pompe, il rilascio di carbone dai filtri genera problemi tecnici di tenuta, con gocciolamenti o blocco degli organi di movimento.

    Nei frigogasatori, il rilascio di carbone è del tutto negativo per la carica batterica. Se la polvere di carbone entra nel saturatore vi rimane a lungo, creando un ottimo letto per la proliferazione batterica.

    Osmosi inversa e rilascio di carbone attivo

    Negli impianti ad osmosi inversa, la prefiltrazione a carboni attivi svolge diverse funzioni, la principale è quella di rimuovere il cloro presente nell’acqua di rete. Il cloro “brucia” le membrane in breve tempo (ecco perché non bisogna fare le sanificazioni degli impianti ad osmosi con prodotti a base di cloro).

    Quando si installa un nuovo impianto o si sostituiscono i filtri, grande cura deve essere posta per evitare che la polvere fine del carbone vada sulle membrane ed entri in circolo all’interno dell’impianto.

    La polvere tappa le membrane riducendo drasticamente la loro efficienza; nello stesso tempo i granelli possono ostruire elettrovalvole ed organi meccanici.

    In gergo si dice che i filtri debbano essere “scarbonati”, ossia sottoposti a un lavaggio preventivo prima di essere inseriti nell’impianto.

    La qualità del carbone ha la sua parte

    Se è vero che uno sbuffo di carbone è inevitabile, è anche vero che questo sbuffo deve essere transitorio.

    Il carbone attivo, a seconda dell’origine e del trattamento, ha qualità diverse. Se di origine vegetale, si deve preferire materiale in partenza fibroso e lavato acido. Il carbone attivo originato da una combustione controllata delle noci di cocco fornisce un buon prodotto che, se lavato acido, diminuisce ulteriormente il rilascio in fase di utilizzo.

    Per proteggere le membrane è bene inserire a valle del filtro di carbone granulare (GAC) un filtro a sedimenti. Leggi il nostro articolo.

    Negli impianti di spillatura, dove non è possibile fare uno spurgo, è fortemente consigliato far fluire acqua dal condotto dell’acqua a temperatura ambiente per impedire il deposito nel carbonatore. Il consiglio è di far fluire acqua senza interruzione per evitare depositi negli organi elettromeccanici.

  • Microplastiche, acqua potabile e salute umana

    Microplastiche, acqua potabile e salute umana

    La presenza di microplastiche nell’acqua destinata al consumo umano è un inquinate emergente, e aggiungerei anche inquietante, quanto incide sulla salute umana?

    Le diverse agenzie  internazionali  OMS, EFSA  Unione Europea ed EPA hanno iniziato e tenere sotto controllo il tema.  I primi passi sono stati mossi definendo una metodologia standard per misurarle (Decisione UE 2024/1441)

    Nel dicembre del 2025  il Parlamento Europeo ha incaricato l’ESFA,  (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) per uno studio accurato per avere un parere scientifico sui rischi per la salute umana  legati alla presenza di microplastiche nel cibo, nell’acqua e nell’aria.  Per il 2027 è atteso il parere ufficiale

    La DWD ossia la Drinking Water Directive istituita nel 2020 ,  a breve  introdurrà le microplastiche nella Watch list,  il che obbligherà gli stati membri della comunità europea al monitoraggio di questo inquinante emergente per arrivare in un breve futuro (si spera) a definire soglie limite per l’acqua destinate al consumo umano.

    In attesa delle norme  il tema delle microplastiche è sempre più di interesse pubblico, in un recente convegno nazionale  promosso da GWS  abbiamo avuto modo di ascoltare sia la parte profondamente scientifica che la parte divulgativa

    Cosa sono le microplastiche

    “microplastica: piccolo oggetto distinto, allo stato solido, insolubile in acqua e composto parzialmente o interamente da polimeri sintetici o da polimeri naturali modificati chimicamente”

    In parole più semplici  le microplastiche sono piccole particelle di plastica di dimensioni inferiori a 5 millimetri, presenti nell’ambiente che possono essere il  risultato della degradazione di materiali plastici macro, dette secondarie,  o perché prodotte intenzionalmente in formato micro dette primarie

    La dimensione delle microplastiche

    Si parte da un campo visivo di 5 mm per scendere sino al micron, sotto il quale  diventano poi nanoplastiche  (anche se le chiameremo per comodità sempre microplastiche).  Buona parte delle microplastiche sono dunque invisibili alla vista umana.  Serve una strumentazione scientifica per rilevarle.

    Le piccole dimensioni delle microplastiche, sotto il micron sono potenzialmente le più dannose per la salute umana perché penetrano più facilmente nei tessuti e negli organi umani

    La forma delle microplastiche

    Anche questo è un aspetto importante che incide sulla maggiore o minore pericolosità.  La letteratura scientifica presente associa al materiale fibroso, ossia quello originato dai tessuti la maggiore pericolosità insieme a tutte le microplastiche con forma irregolare

    I diversi polimeri delle microplastiche e la salute umana

    Tabella comparativa dei polimeri microplastici e i loro effetti sulla salute umana

    PolimeroPericolositàEffetti sulla saluteNote
    Polistirene (PS)Elevata penetrazione tissutale; rilascio additiviStress ossidativo, infiammazione, citotossicitàMolto studiato, effetti negativi anche a basse dosi
    Polietilene (PE)Forte capacità di translocazione; ampia diffusioneInfiammazione intestinale; effetti immunitariElevata permeabilità nei tessuti
    Polietilene tereftalato (PET)Attraversamento barriere biologicheStress ossidativo e citotossicitàAlta capacità di translocazione
    Poliestere (fibre)Forma fibrosa inalabile; trasporto contaminantiAccumulo polmonare; infiammazione respiratoriaPolimero più comune nei campioni umani
    Poliammide (Nylon)Microfibre inalabili; alta presenza alimentareInfiammazione respiratoria; accumulo polmonareFrequente nei campioni di acqua e alimenti
    Poliuretano (PU)Possibile rilascio additivi tossiciCitotossicitàPresenza in tessuti e materiali industriali
    tabella sulla pericolosità dei polimeri delle microplastiche per la salute umana

    Come difendersi dalla microplastiche

    In primis produrne meno.  E’ una banalità

    Per quelle presenti nell’acqua, in attesa di una definizione di soglia minima, con parametri  da rispettare per i gestori di acquedotto  serve una barriera meccanica che fermi  le sostanze  in sospensione nell’ordine inferiore al micron.

    Ad esempio le membrane a fibra cava associate a buoni carboni attivi sono un’ottima e anche semplice soluzione per il settore domestico e pubblico. 

    Filtri a baionetta con membrane cave
    filtri a baionetta con Carbone attivo e membrane cave

    Anche i filtri ceramici sono un valido strumento per ridurre la presenza di microplastiche dall’acqua di rete

    filtro ceramico per tazza

    L’osmosi inversa è sicuramente un soluzione drastica e definitiva, ma se utilizzata solo per rimuovere le microplastiche decisamente eccesiva

    membrana 200 GPD