Categoria: Tecnologie trattamento acqua

Diverse sono le tecnologie per il trattamento dell’acqua potabile, in questa sezione sono presenti diversi appunti sulle tecniche esistenti e consolidate. Filtrazioni meccaniche, chimiche e fisiche.

  • Punto di Breakthrough nei Filtri Acqua: Cos’è e perché è cruciale (Focus PFAS)

    Punto di Breakthrough nei Filtri Acqua: Cos’è e perché è cruciale (Focus PFAS)

    Cos’è il punto di breakthrough nei filtri acqua

    Nel campo della trattamento dell’acqua potabile, il punto di breakthrough di un filtro (o punto di sfondamento) è un parametro tecnico fondamentale per valutare l’efficacia reale di un sistema di filtrazione.

    Il breakthrough indica il momento in cui un filtro non è più in grado di trattenere un contaminante specifico, permettendone il passaggio nell’acqua trattata. Si potrebbe dire in linguaggio semplice che il filtro è esausto, ma non è proprio così vediamo perchè. In pratica, è il punto in cui:

    • il materiale filtrante si satura
    • l’efficienza di rimozione cala
    • il contaminante inizia a comparire in uscita
    • o peggio ancora rilascia quanto adsorbito in precedenza

    Questo fenomeno è tipico, ad esempio, dei filtri a carbone attivo utilizzati per rimuovere cloro, composti organici e micro inquinanti emergenti.

    Come si determina il breakthrough

    Il breakthrough viene identificato tramite test che misurano:

    • concentrazione del contaminante in ingresso
    • concentrazione in uscita
    • volume d’acqua trattato o tempo di utilizzo

    Si definisce punto di breakthrough quando:

    • la concentrazione in uscita supera una soglia tecnica (es. 5%)
    • oppure viene superato un limite normativo

    Questo dato è essenziale per certificare le prestazioni di un filtro e stabilirne la durata reale. Non è serio rivendicare una generica rimozione ed efficacia su inquinanti emergenti come ad esempio i PFAS

    Perché il breakthrough è fondamentale

    Sicurezza dell’acqua potabile

    Un filtro oltre il punto di breakthrough può non garantire più la rimozione dei contaminanti, esponendo l’utente a sostanze potenzialmente dannose. Clamoroso fu il caso delle casette dell’acqua in cui si rilevava in uscita una quantità di Arsenico ben maggiore delle quantità in ingresso. Il mistero fu risolto quando fu chiaro che i filtri non erano stati cambiati da oltre 4 anni e che quanto accumulato veniva rilasciato a malloppi nel tempo.

    Rischio Breakthrough e PFAS: un tema critico

    Quando si parla di contaminanti emergenti come i PFAS (sostanze perfluoroalchiliche), il breakthrough assume un ruolo ancora più centrale.

    I PFAS sappiamo essere persistenti nell’ambiente, bioaccumulabili e dannosi a concentrazioni anche molto basse. Per questo motivo, dichiarare che un filtro “rimuove i PFAS” richiede un approccio rigoroso. Il termine generico PFAS non va bene, essendo una ampissima famiglia, dalla catena lunga a quella ultra corta, sarebbe opportuno chiarire su quali Pfas si agisce.

    Cosa significa davvero rimuovere i PFAS

    Un sistema di filtrazione può dirsi efficace solo se:

    • garantisce prestazioni fino a un volume dichiarato
    • rispetta limiti normativi
    • ha un breakthrough specifico per i vari PFAS, diverso da altri contaminanti

    Infatti, un filtro può essere ancora efficace per cloro o odori, ma non più per i PFAS.

    Il rischio di sottovalutazione nei PFAS

    Il breakthrough nei PFAS è particolarmente critico e spesso sottovalutato per diversi motivi:

    • i limiti normativi sono molto stringenti
    • il superamento può avvenire prima della saturazione generale del filtro
    • non ci sono segnali visivi o sensoriali

    Ma l’aspetto più importante è un altro: In assenza di indicazioni chiare sul punto di breakthrough, si genera una falsa sicurezza. L’utente può continuare a utilizzare il sistema convinto che stia ancora filtrando efficacemente, mentre in realtà:

    • il filtro ha già perso capacità sui PFAS
    • l’acqua può contenere livelli di contaminanti
    • oppure ancora peggio tali livelli possono essere anche significativamente superiori a quelli inizialmente rimossi dal sistema

    In altre parole, il rischio non è solo perdere prestazione, ma aumentare inconsapevolmente l’esposizione agli inquinanti. Questo rende il breakthrough un parametro non solo tecnico, ma fondamentale per la protezione reale della salute.

    Fattori che influenzano il breakthrough

    Il punto di breakthrough varia in base a diversi fattori: La qualità dell’acqua in ingresso, ovviamente la portata, la temperatura e ovviamente la tecnologia filtrante.

    Come prevenire il breakthrough

    Per garantire prestazioni costanti il monitoraggio sarebbe fondamentale, ma qui nasce un problema non da poco, in ambito domestico non è possibile farlo per questioni tecnico/economiche. Ci si deve basare sui dati di targa del filtro, con le analisi fatti su acqua ai limiti della potabilità.

    Anche il dimensionamento corretto fa la sua parte, se non sono specificati su quali PFAS agisce diventa ben difficile stabilire una portate reale sicura.

    Manutenzione intelligente e trasparenza tecnica

    La manutenzione non basarsi solo su tempo (es. 6 mesi), ma su volume trattato, sulle condizioni operative. Questo è possibile solo se vi è una trasparenza tecnica che indichi i volumi certificati, i limiti di efficacia e la gestione del fine vita. Questo è un n tema importante e sottovalutato, lo smaltimento di un filtro con azione specifica sui PFAS non può essere conferito come rifiuto urbano, ne tanto meno come rifiuto speciale, ma come rifiuto pericoloso.

    Conclusione

    Il punto di breakthrough nei filtri acqua è un elemento chiave deve essere preso in considerazione per garantire: la qualità dell’acqua potabile, avere certezza della sicurezza sanitaria e avere fiducia nell’affidabilità dell’impianto.

    Nel caso dei PFAS, questo concetto diventa ancora più critico: senza una gestione corretta, il rischio non è solo perdere efficienza, ma continuare a consumare acqua contaminata senza saperlo.

    Per professionisti e aziende del settore, comprendere e gestire il punto di breakthrough significa offrire soluzioni realmente performanti, trasparenti e sicure.

  • Spessore, pressione e temperatura: perché un filtro più robusto fa davvero la differenza

    Spessore, pressione e temperatura: perché un filtro più robusto fa davvero la differenza

    Nel settore della filtrazione per impianti idrici, l’affidabilità di un componente non è mai frutto del caso. Un filtro che si schianta può creare gravi danni. Materiale, geometria e spessore delle pareti determinano la capacità del prodotto di resistere nel tempo alle reali condizioni di esercizio: pressioni variabili, temperature non costanti e sollecitazioni cicliche.

    La foto qui sotto mostra un filtro in polietilene di un prodotto concorrente che ha subito una rottura longitudinale: un tipico caso di cedimento strutturale dovuto alle pressioni della rete idrica.

    A prima vista il filtro è simile ai prodotti GWS. La differenza, però, è tutt’altro che marginale:

    • spessore parete filtro concorrente: 3 mm
    • spessore parete filtri GWS: 5 mm

    Il diametro del corpo filtro è di 80 mm, il materiale è polietilene e la pressione di esercizio dell’impianto è compresa tra 2 e 6 bar, valori del tutto comuni negli impianti civili e industriali.


    Come la pressione sollecita le pareti di un filtro

    Dal punto di vista ingegneristico, un filtro cilindrico pressurizzato si comporta come un tubo a parete sottile. La sollecitazione più critica è la tensione circonferenziale, detta anche tensione di scoppio, che tende ad aprire il corpo del filtro lungo il suo asse.

    Questa tensione dipende da tre fattori:

    • pressione interna
    • diametro
    • spessore della parete

    La relazione è semplice e molto chiara:
    👉 a parità di pressione e diametro, aumentando lo spessore diminuiscono gli sforzi nel materiale.


    Confronto numerico: 3 mm contro 5 mm

    Considerando il diametro di 80 mm (raggio ≈ 40 mm) e la pressione massima di 6 bar:

    • Filtro concorrente – spessore 3 mm
      → tensione circonferenziale ≈ 8 MPa
    • Filtro GWS – spessore 5 mm
      → tensione circonferenziale ≈ 4,8 MPa

    ✅ Il filtro GWS lavora con oltre il 40% di sforzo in meno rispetto a una soluzione da 3 mm.

    Questo significa:

    • maggiore margine di sicurezza
    • minore rischio di microfessurazioni
    • migliore resistenza ai picchi di pressione
    • maggiore affidabilità nel lungo periodo

    Il ruolo della temperatura: un fattore spesso sottovalutato

    Il polietilene è un materiale eccellente per applicazioni idrauliche, ma è anche un materiale termoplastico, le cui proprietà meccaniche variano con la temperatura.

    All’aumentare della temperatura:

    • la rigidità diminuisce
    • la resistenza a trazione si riduce
    • aumentano creep e deformazioni permanenti

    Indicativamente, la resistenza meccanica del polietilene si riduce di:

    • ~20% a 40 °C
    • ~35–40% a 60 °C

    Pressione e temperatura: effetto combinato

    In condizioni reali di esercizio, l’acqua può raggiungere facilmente temperature superiori a quelle ambiente:

    • locali tecnici poco ventilati
    • esposizione a sole diretto
    • ambienti industriali

    A 40–50 °C, uno spessore ridotto diventa un fattore critico.

    SpessoreTensione a 6 barComportamento a caldo
    3 mm~8 MPaVicino alla zona critica
    5 mm~4,8 MPaAmpio margine di sicurezza

    👉 Il filtro da 3 mm può entrare rapidamente in una zona di rischio, soprattutto in presenza di:

    • colpi d’ariete
    • tolleranze di stampaggio
    • invecchiamento del materiale

    Il filtro GWS da 5 mm, invece, continua a lavorare in campo ampiamente sicuro.


    Perché la rottura è longitudinale

    La rottura visibile nell’immagine è:

    • allungata lungo l’asse
    • localizzata
    • tipica di un cedimento da sovratensione circonferenziale

    Quando lo spessore è limitato, la pressione interna “apre” il corpo del filtro lungo la direzione di massimo sforzo. Basta una sovrapressione anche breve per superare il limite del materiale.


    Spessore = affidabilità nel tempo

    In applicazioni reali non contano solo i valori nominali, ma:

    • la durata
    • la ripetibilità
    • il comportamento in condizioni non ideali

    Grazie allo spessore maggiorato a 5 mm, i filtri GWS:

    • lavorano con sforzi drasticamente inferiori
    • sono meno sensibili alla temperatura
    • resistono meglio alla fatica e al creep
    • garantiscono continuità di servizio e sicurezza dell’impianto

    La differenza GWS

    A parità di materiale e diametro, lo spessore non è un dettaglio costruttivo, ma un vero e proprio fattore di progetto.

    ✅ Con 5 mm di parete, i filtri GWS offrono:

    • maggiore robustezza strutturale
    • affidabilità anche nelle condizioni più severe
    • una vita utile superiore
    • un investimento sicuro per installatori e utenti finali

    Perché quando si parla di pressione, temperatura e sicurezza, qualche millimetro in più fa tutta la differenza.

  • Osmosi inversa a produzione diretta: attenzione al picco di pressione all’avviamento

    Osmosi inversa a produzione diretta: attenzione al picco di pressione all’avviamento

    Negli impianti ad osmosi inversa a produzione diretta, un punto critico non nasce durante il funzionamento normale, ma all’avviamento della pompa

    È proprio all’avviamento che il circuito raggiunge la pressione massima, anche se per un tempo molto breve, un frazione di secondo. Un aspetto spesso sottovalutato, ma fondamentale per l’affidabilità dell’impianto.

    Qui a seguire alcune indicazioni


    Perché la pressione è massima proprio all’avviamento

    Quando la pompa si avvia:

    • l’acqua è ferma
    • la portata è zero
    • il circuito è già in pressione

    In questa condizione tutta l’energia del motore della pompa si trasforma in pressione, perché non c’è ancora movimento dell’acqua che possa assorbirne una parte.

    Quando l’acqua inizia a scorrere, una parte dell’energia, si trasforma in energia cinetica ossia viene utilizzata per il movimento del fluido e la pressione si abbassa fino al valore di esercizio.
    Questo picco iniziale si verifica a ogni singola accensione.


    La regola pratica

    Nei picchi, la pressione da considerare non è solo quella di esercizio, ma quella di avviamento.
    Molti cedimenti nel tempo sono legati alla ripetizione dei picchi iniziali. Si formano microcricche che nel tempo lavorano, tecnicamente si dice che i componenti lavorano a fatica.

    La presenza di tubi in politetilene smorzano questo problema perchè in parte essendo elastici si dilatano il minino per assorbire il colpo. Mentre tutti gli altri compenti rigidi subiscono.


    Box tecnico – Spiegato semplice

    Avviamento
    Acqua ferma → tutta l’energia diventa pressione → pressione massima

    A regime
    L’acqua scorre → l’energia si divide → la pressione diminuisce


    Conclusione

    Negli impianti RO a produzione diretta, la fase più critica non è quando l’impianto lavora, ma quando parte. La scelta dei componenti deve necessariamente considerare questo aspetto. Ad esempio il diametro dei vessel è meglio tenerlo basso.

    Esempio il diametro interno di un vessel di una membrana 18/12 è circa 50 mm, mentre la 30/12 è circa 80 mm. Con una pressione di 10 bar nel primo caso abbiamo uno sfrorzo di circa 190 kg, mentre a pari pressione nel vessel 30/12 di 500 kg. I picchi arrivano anche a 60 bar, quindi rispettivamente 375 kg e 3 tonnellate !!!

    Negli impianti senza pompa il problema non si presenta, mentre negli impianti di frigogasatura la sovrapressione viene assorbita dal saturatore.

    Il By pass presente sulle pompe volumetriche ha una isteresi che gli impedisce di entrare in azione nel tempo utile

  • Il rilascio dei carboni, un problema sottovalutato

    Il rilascio dei carboni, un problema sottovalutato

    Il carbone che viene rilasciato dal filtro in fase di prima installazione o, peggio ancora, durante la sua azione nel tempo può creare seri problemi agli impianti di trattamento dell’acqua potabile.

    Microfiltrazione e rilascio di carbone attivo

    Se si tratta di un semplice filtro sottolavello collegato ad un rubinetto meccanico, il rilascio in fase iniziale pone pochi problemi, se non il fastidio di vedere in sospensione dei microgranuli di polvere di carbone. Se il rilascio avviene nel tempo, è indice di una scarsa qualità del sistema di filtrazione.

    Negli impianti più complessi dotati di organi elettromeccanici o di pompe, il rilascio di carbone dai filtri genera problemi tecnici di tenuta, con gocciolamenti o blocco degli organi di movimento.

    Nei frigogasatori, il rilascio di carbone è del tutto negativo per la carica batterica. Se la polvere di carbone entra nel saturatore vi rimane a lungo, creando un ottimo letto per la proliferazione batterica.

    Osmosi inversa e rilascio di carbone attivo

    Negli impianti ad osmosi inversa, la prefiltrazione a carboni attivi svolge diverse funzioni, la principale è quella di rimuovere il cloro presente nell’acqua di rete. Il cloro “brucia” le membrane in breve tempo (ecco perché non bisogna fare le sanificazioni degli impianti ad osmosi con prodotti a base di cloro).

    Quando si installa un nuovo impianto o si sostituiscono i filtri, grande cura deve essere posta per evitare che la polvere fine del carbone vada sulle membrane ed entri in circolo all’interno dell’impianto.

    La polvere tappa le membrane riducendo drasticamente la loro efficienza; nello stesso tempo i granelli possono ostruire elettrovalvole ed organi meccanici.

    In gergo si dice che i filtri debbano essere “scarbonati”, ossia sottoposti a un lavaggio preventivo prima di essere inseriti nell’impianto.

    La qualità del carbone ha la sua parte

    Se è vero che uno sbuffo di carbone è inevitabile, è anche vero che questo sbuffo deve essere transitorio.

    Il carbone attivo, a seconda dell’origine e del trattamento, ha qualità diverse. Se di origine vegetale, si deve preferire materiale in partenza fibroso e lavato acido. Il carbone attivo originato da una combustione controllata delle noci di cocco fornisce un buon prodotto che, se lavato acido, diminuisce ulteriormente il rilascio in fase di utilizzo.

    Per proteggere le membrane è bene inserire a valle del filtro di carbone granulare (GAC) un filtro a sedimenti. Leggi il nostro articolo.

    Negli impianti di spillatura, dove non è possibile fare uno spurgo, è fortemente consigliato far fluire acqua dal condotto dell’acqua a temperatura ambiente per impedire il deposito nel carbonatore. Il consiglio è di far fluire acqua senza interruzione per evitare depositi negli organi elettromeccanici.

  • Perchè il Carbone si dice Attivo?  non tutti sanno che…

    Perchè il Carbone si dice Attivo? non tutti sanno che…

    Il carbone attivo è un materiale poroso con proprietà adsorbenti.

    L’adsorbimento (diverso dall’assorbimento) è un fenomeno dove una superficie attira e cattura le molecole aderiscono alla superficie stessa tramite un legame chimico.  Maggiore è la superficie di contatto maggiore è l’efficacia di adsorbimento a parità di massa.

    L’assorbimento invece prevede che la materia assorbita si diffonda all’interno della massa assorbente.

    La capacità adsorbente del carbone attivo dipende perciò dalle dimensioni e dalla superficie al suo interno della miriade di canalini, pori e tasche dove le sostanze gassose o disciolte presenti nell’acqua formano legami fisici e pertanto vi aderiscono.

    Perchè si dice carbone attivo

    Per aumentare la superficie della porosità, il carbone viene attivato raggiungendo superficie di adsorbimento compresa tra i 500 e i 2500 metri quadrati per grammo

    L’attivazione avviene attraverso shock termico con flusso d’aria o con agenti chimici che vengono poi risciacquati. Quest’ultima tecnica di attivazione è quella che genera carboni con porosità maggiore. 

    Alcuni filtri a carbone attivo di origine vegetale portano l’indicazione,  “lavato acido”, (acid wash).  E’ un trattamento ulteriore per la rimozione delle eventuali ceneri di combustione e materiale organico presente

    Cosa rimuove il carbone attivo ?

    I filtri per l’acqua sono composti principalmente da carbone attivo nelle diverse forme, granulare in polvere o solido (Carbon Block): la sua superficie porosa è in grado di catturare i vari composti organici inquinanti presenti. In particolare, il carbone attivo adsorbe il cloro utilizzato per la disinfezione, neutralizza anche i cattivi odori, migliorando il sapore dell’acqua.

    Ovviamente, carboni ne esistono diversi, con capacità ed efficacia diverse, che agiscono su pesticidi, gli PFAS e i composti organici e alogenati con metalli pesanti come il piombo.

    Non basta la letteratura scientifica per reclamizzare l’efficacia di un filtro a carboni attivi, serve una test che ne dimostri la reale capacità filtrante

    I filtri Waterpro rimuovono il cloro, e riducono i PFAS-PFOA, come facciamo a dirlo ? Semplice abbiamo incaricato il TUV di fare test di performces sui nostri filtri per la durata inidcata nei dati di targa. Litri totali e portata in litri al minuto (il tempo di contatto è importante)

    Per il Cloro non ci sono problemi la rimozione totale è assicurata bel oltre i dati indicati, mentre per i PFAS e PFOA abbiamo una curva che parte da valori elevati oltre il 90% e si stabilizza intorno al 50% a fine vita. Sulle nostre etichette possiamo quindi scrivere che rimuove il cloro libero e riduce sensibilmente i PFASe PFOA, stessa cossa per piombo e altri metalli.

    Con il DL 18 del 2023 e il sucessivo DL 102 del 2025 viene istituito un organismo di verifica e approvazione dei materiali filtranti immessi sul mercato vedi art 19 sarà in vigore dal 2036

    Come agisce l’argento ionico nel carbone attivo ?

    Al carbone attivo può essere aggiunto nitrato d’argento con potere batteriostatico: l’argento, infatti, è un agente naturale che inibisce la proliferazione batterica all’interno del filtro stesso, prevenendo la formazione di alghe e muffe.  Quando il carbone è compattato in una struttura molto densa costringe ogni singola molecola d’acqua a passare attraverso i suoi pori microscopici. L’argento combatte i microbi in tre modi:

    -interrompendo il metabolismo cellulare,

    -inibendo i processi di trasporto nella membrana

    -prevenendo la moltiplicazione delle cellule.

    Questo meccanismo di azione dell’argento riduce sensibilmente il rischio di formazione di biofilm a valle del filtro e fino alla bocchetta di erogazione. 

  • Legionella e trattamento al punto d’uso

    Legionella e trattamento al punto d’uso

    Nell’Unione europea, secondo l’OMS, tra tutti gli agenti patogeni presenti nell’acqua, “i batteri del genere Legionella causano il maggior onere sotto il profilo sanitario”.  Le patologie che derivano dall’infezione con questi batteri sono chiamate legionellosi: hanno diverse forme di morbosità di cui la più grave è la polmonite da Legionella pneumophila, che ha un elevato tasso di mortalità.  Questi batteri vivono e proliferano negli ambienti acquatici naturali e possono trasferirsi facilmente alle acque condottate della rete urbana e agli impianti idrici degli edifici, alle piscine ed alle fontane.

    La presenza di legionella nella rete non indica una cattiva gestione dell’impianto perché fa parte della normale popolazione microbica delle reti idriche: in un recente studio, che ha utilizzato moderne tecniche molecolari molto sensibili, il materiale genetico di Legionella è stato riscontrato nel 50% dei campioni di acqua fredda.

    Il contagio

    Il contagio avviene nell’uomo per via respiratoria, mediante inalazione o, raramente, per aspirazione, mentre per ingestione o per contatto, anche su cute lesa, non c’è alcun pericolo e le fonti di infezione sono rappresentate da tutte quelle componenti terminali delle condotte idriche dell’acqua calda che possano generare, sotto pressione, un minuscolo aerosol acquoso atto a raggiungere gli alveoli polmonari (sono i diffusori o “soffioni” delle docce, i rubinetti con frangi flusso, gli idromassaggi, i nebulizzatori e i sistemi di umidificazione, le torri di raffreddamento dei condizionatori, ecc..).

    Ovviamente, perché questo pericolo esista, devono essersi formate colonie batteriche nell’impianto idrico, e questo accade soprattutto per il ristagno dell’acqua, nei filtri, nelle tubazioni morte, nei giunti con delle rugosità o dove ci siano depositi di calcare sui quali si forma biofilm che alimenta la proliferazione. Inoltre, la Legionella è resistente al cloro, alle concentrazioni normalmente utilizzate per l’acqua potabile, e prolifera per ristagno nell’acqua calda tra i 25 e i 50 °C.

    Le norme di riferimento

    Il recente Dlgs 18/2023 ha introdotto una serie di obblighi e raccomandazioni per quanto riguarda la prevenzione e il controllo della contaminazione da Legionella, specialmente nelle strutture sanitarie, ma anche nelle strutture alberghiere, caserme e istituti penitenziari, stazioni e aeroporti, strutture sportive, campeggi, palestre, scuole dotate di impianti sportivi e altre strutture ad uso collettivo. Tralasciando le prescrizioni per le strutture sanitarie, che sono molto stringenti e prevedono la predisposizione di un Piano di Sicurezza dell’acqua attuato da un team multidisciplinare, in tutti gli altri casi è previsto un piano di autocontrollo con un controllo minimo di Legionella e Legionella pneumophila. 

    La Ristorazione di fronte al problema Legionella

    Questo vuol dire che, per quanto riguarda i locali HORECA, basterà integrare il piano HACCP, con l’indicazione che l’OSA nomina sé stesso, o chi per lui, Gestore Idrico della Distribuzione Interna (GIDI) che sarà responsabile della valutazione del rischio di contaminazione da legionella (per es. nel caso che esistano spogliatoi con docce per il personale, o che nel locale esista un impianto di nebulizzazione o fontane decorative, ecc.). 

    Per le altre strutture ?

    Per tutte le altre strutture, pubbliche o private, strutture ricettive alberghiere, istituti penitenziari, navi, stazioni, aeroporti, caserme, istituti di istruzione dotati di strutture sportive, campeggi, palestre e centri sportivi, fitness e benessere (SPA e wellness), altre strutture ad uso collettivo (es. stabilimenti balneari), sarà obbligatorio implementare un piano di autocontrollo degli impianti idrici interni, eventualmente incorporato nei documenti di analisi di rischio finalizzati alla prevenzione sanitaria (es. documento di valutazione dei rischi ai sensi del D.lgs. 81/08, con controllo minimo relativo a Legionella e Legionella pneumophila.

    In caso di contaminazione batterica grave, sono necessari interventi specifici che devono essere effettuati da personale qualificato in accordo con le Linee guida del Ministero della salute del 2015.

    Trattamento acqua e Legionella

    Per quanto riguarda l’acqua erogata da impianti di trattamento, sia l’osmosi inversa che la microfiltrazione e l’ultrafiltrazione rappresentano una valida barriera di protezione dalla contaminazione: il batterio, infatti, è a forma di bastoncello e misura da 0,3 a 0,9 µm di diametro e da 1,5 a 5 µm di lunghezza. Per questo motivo, e considerando anche che l’acqua erogata dagli impianti di trattamento, viene utilizzata prevalentemente per bere e per altri scopi alimentari, il rischio di contaminazione da Legionella è molto basso e la normativa non prevede la su ricerca nelle analisi di routine che vengono effettuate sull’acqua trattata. Tra l’altro va sottolineato che la ricerca di un’eventuale contaminazione da Legionella in un impianto idrico comporta una procedura analitica relativamente semplice e che viene ad oggi effettuata da quasi tutti i laboratori chimici ambientali. Invece la ricerca della specie pneumophila richiede attrezzature, professionalità e costi molto elevati ed è sempre consigliato rivolgersi ai laboratori regionali di riferimento per la legionellosi il cui elenco è allegato alle Linee guida del Ministero della Salute del 2015, attualmente in corso di revisione.

    Roma Gennaio 2025

    dott.ssa ROSSELLA COLAGROSSI drinking water law senior consultant

    Viale Alessandro Magno, n. 251 – 00124 Roma

    [email protected]   pec: [email protected] 

  • PFAS e acqua destinata al consumo umano e loro rimozione

    PFAS e acqua destinata al consumo umano e loro rimozione

    Sono sicuramente nella categoria degli “un inquinati emergeti”.  Si conoscono da anni ma possiamo definirli emergenti perchè che con la nuova direttiva recepita dal in Italia dal DL 18 del 2023 sono menzionati esplicitamente con soglie di rischio ben precise.

    In tutta Europa, Italia compresa è una continua segnalazione di ritrovamento di concentrazioni che in alcuni casi superano i valori limite. Ad esempio nella zona di Spinetta Marengo (di cui si è occupata di recente la Rai) o nel vicentino, o in Val Susa

    Già in passato abbiamo scritto in proposito, alcuni aggiornamenti e precisazioni sono necessari a seguito della normativa recente.

    fonte Agenzia Europea Ambiente

    Cosa dice il DL18 del 2023 in merito ai PFAS

    Nella nuova normativa non è previsto il controllo di routine ma deve essere fatto quando vi sono indizi che potenzialmente ne indichino la loro presenza, ad esempio lavorazione industriali dove spesso sono stati utilizzati i perfluorati (concerie, utilizzo di schiumogeni, tessile etc..)

    L’allegato III al punto 3 definisce i metodi di prova e le famiglie da ricercare mentre l’allegato I definisce i limiti di concentrazione massima ammissibile espressa come somma di PFAS o come PFAS totali).

    Merita una rapida lettura quanto predisposto dal Ministero della Salute in merito. Leggi scheda informativa

    la rimozione dei PFAS

    La rimozione dei PFAS in soluzione nell’acqua è un processo non complicato, ma come sempre non esiste la bacchetta magica. 

    Il Carbone Attivo si comporta bene, soprattutto quando la sua struttura è composta da meso-pori e micro-pori, ossia una struttura di superfice estesa.  I tempo di contatto tra l’acqua e l’inquinante necessita di un tempo non istantaneo, quindi sono sicuramente preferibile sistemi GAC ossia Carbone Attivo in forma Granulare, di qualità e con un diametro il più ampio possibile per abbassare la velocità del fluido ed aumentare il tempo di contatto.  Da ultimo va segnalato che nell’ampia famiglia dei PFAS, quelli a catena corta, ossia con struttura molecolare più piccola sono i più difficili da essere catturati dal processo di adsorbimento.

    Gli impianti a Osmosi Inversa sono sicuramente efficacie su tutta la gamma dei PFAS. Non è un caso che anni orsono durante l’emergenza PFAS nel Vicentino alcune ASL abbiano dato indicazione favorevole al loro utilizzo in ambito domestico

    Le Resine Anioniche si comportano bene, nello scambio ed hanno una efficienza elevata, con riduzioni vicine al 99% ma scontano la complessità impiantistica e il tema della rigenerazione.

    Una nota importate a questo breve ricapitolo deve essere dedicata ai fenomeni secondari e alla loro messa in sicurezza. Il trattamento dell’acqua potabile, soprattutto con la rimozione della cloro copertura rendono l’acqua “libera” ma nello stesso tempo fragile. Fenomeni di ricrescita della carica micorbica devono essere sempre tenuti sotto controllo, non è un caso che scongliamo sempre l’utilizzo del solo carbone attivo se non associato a sistemi di contenimento del problema, come l’utilizzo di sali d’argento o membrane a fibra cava.

    Seconda nota importante la letteratura scientifica sulla rimozione dei PFAS è ampia e consolidata, ma seguendo il DM25 del 2012 per poter rivendicare l’efficacia di un prodotto o dispositivo serve comunque una analisi di prestazioni presso un laboratorio terzo